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editoriale donna sguardo

Quei verbi vitali

di Vincenzo Tosello

Si può ben dire che papa Francesco si ripete spesso, e specialmente sul tema dei migranti e rifugiati. Si ripete nelle parole e nei gesti, nelle esortazioni e nelle azioni. Evidentemente ci tiene molto, poiché è ben consapevole – e vorrebbe farlo capire anche a noi tutti, da ogni cittadino del mondo ad ogni cristiano ad ogni persona impegnata nella società e nella politica fino a tutti i responsabili delle nazioni – che è un tema cruciale e determinante per il presente e per il futuro dell’umanità.

Oltre ai gesti eloquenti compiuti fin dall’inizio del suo pontificato a cominciare dalla prima visita a Lampedusa (da lui stesso definita e citata come emblematica), non si contano gli interventi e i discorsi che focalizzano il tema nelle sue varie urgenze e implicazioni. Ed in successione, abbiamo sentito e letto in questi giorni il suo appello esplicito, replicato a più riprese: nel Messaggio per la giornata della pace 2018 che ha voluto intitolare “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”; nel discorso al Corpo diplomatico dove ha dedicato ampie riflessioni sull’argomento, apprezzando chi lo affronta positivamente e invitando tutti ad evitare discriminazioni; e ora nel Messaggio specifico per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018.

Non teme, papa Francesco, di autocitarsi rilanciando i quattro verbi che egli ritiene fondamentali per un corretto e proficuo approccio alla complessa questione: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Il suo appello viene lanciato a “tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà” e, per così dire, egli detta l’agenda dell’impegno socio-politico a livello locale e a livello planetario, esortando gli Stati a concludere seriamente e generosamente entro il 2018 i due “patti globali”, uno sui rifugiati e uno sui migranti, in discussione all’Onu, assicurando da parte della Chiesa un impegno “in prima persona” su questo fronte.

“Accogliere”, dunque, che significa offrire possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale, realizzare forme di “accoglienza diffusa”, anteponendo anche “la sicurezza personale a quella nazionale”; “proteggere”, cioè difendere diritti e dignità, garantire la sussistenza vitale, assicurare l’accesso all’istruzione, ecc.; “promuovere”, e quindi far sì che migranti e rifugiati, come pure chi li accoglie, possano realizzarsi come persone in tutte le dimensioni (familiare, socio-lavorativa, ma anche religiosa); “integrare”, che significa – come già ricordava Giovanni Paolo II citato da Francesco – non certo indurre l’altro a dimenticare la propria identità culturale, ma aprirsi a lui “per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggiore conoscenza reciproca”, favorendo sempre la “cultura dell’incontro”. Compito arduo, ma necessario e urgente.

V. T.