//Parolin: “In Corea si è accesa una grande speranza”
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Parolin: “In Corea si è accesa una grande speranza”

Intervista con il Segretario di Stato: la preoccupazione per la Siria, la pazienza nelle trattative con la Cina che mirano soltanto all’unità della Chiesa. “Sono scosso dal caso Alfie”

Grande speranza per la Corea, grande preoccupazione per la Siria. Le trattative con la Cina che richiedono pazienza e il caso del piccolo Alfie Evans. Dopo una relazione sui “tre Papi del 1978” tenuta nella cattedrale di Chioggia per l’apertura di un ciclo di incontri organizzato dal “Fondaco” sulla figura del padre, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha risposto alle domande sui temi più attuali.

Come giudica le prospettive di pace in Corea? 

«Si è accesa una grande speranza, dopo il rischio di un possibile conflitto nucleare. Secondo un’analisi che ho letto in questi giorni, il presidente Kim Jong-un avrebbe usato il potenziale bellico nucleare del suo Paese come minaccia per obbligare gli americani a trattare allo scopo di far uscire la Corea del Nord dall’isolamento e soprattutto per avviare quella crescita economica di cui il Paese ha estremamente bisogno».

È d’accordo con questa analisi?

«Non so se possa essere condivisa fino in fondo, sarebbe stato un grande stratega… Gli esperti però dicono che il Kim Jong-un sembra davvero fare sul serio e che l’offerta di dialogo non è soltanto un bluff. Il cammino è molto delicato, un percorso ad ostacoli, ma il fatto che ci sia stata questa decisione a negoziare, senza continuare con l’escalation dei lanci missilistici, rappresenta un segno di speranza. Anche da parte della Cina che appoggia questo dialogo. Lo stesso presidente nordcoreano ora si dice favorevole a un processo di de-nuclearizzazione della penisola, il che significherebbe disinnescare una miccia che rischia davvero di provocare danni ingentissimi».

A che punto è la trattativa della Santa Sede con il governo cinese?

«Il dialogo va avanti da tempo, con tanta pazienza e con successi e insuccessi. Qualcuno diceva: è come il “ballo di san Vito”, due passi avanti e uno indietro. Comunque procediamo, questo è importante».

C’è chi si chiede perché il Vaticano tratti con un governo comunista che nega la libertà religiosa…

«Se il governo non fosse comunista e rispettasse la libertà religiosa, non ci sarebbe bisogno di trattare. Perché avremmo già ciò che vorremmo».

Qual è lo scopo della Chiesa in questa trattativa?

«Il nostro non è uno scopo politico. Ci hanno accusato di volere soltanto le relazioni diplomatiche cercando chissà quale successo. Ma alla Santa Sede, come ha detto più volte il Papa, non interessa alcun successo diplomatico. Ci interessano spazi di libertà per la Chiesa, per far sì che possa vivere una vita normale che è fatta anche di comunione con il Papa. Questa comunione vissuta è fondamentale per la nostra fede».

Quale sarà l’oggetto principale dell’accordo?

«È fondamentale che la Chiesa sia unita, che la comunità ufficiale, sottoposta al controllo del governo, e quella cosiddetta clandestina – le quali oggi camminano ciascuna sulla propria strada – possano essere unite. Già Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi aveva detto che lo scopo di tutto il lavoro in Cina deve essere quello della comunione fra le due comunità e della comunione di tutta la Chiesa cinese con il Papa. Noi speriamo che si possa arrivare a un accordo riguardante soprattutto il processo per la nomina dei vescovi. E speriamo che l’accordo sia poi rispettato. Da parte nostra c’è la volontà di farlo e speriamo che anche da parte del governo cinese ci sia questa volontà».

Pochi giorni fa il mondo è sembrato sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale, con l’attacco missilistico alla Siria. Come guarda il Vaticano a quella situazione?

«Con grande preoccupazione. Tante volte durante questa guerra già protrattasi per sei anni il Papa ha rivolto appelli alla comunità internazionale e a tutti i protagonisti. È una vicenda tragica e intricata. C’è un livello locale, il contrasto tra il regime del presidente Assad e l’opposizione. C’è uno scontro regionale, soprattutto tra musulmani sciiti e sunniti. E poi ci sono le grandi potenze che sono intervenute a loro volta, in un primo momento coalizzate contro l’Isis, contro il fondamentalismo islamico che aveva occupato pezzi di quel territorio. Poi dopo la cosiddetta sconfitta dell’Isis – sul territorio è sconfitto anche se non credo che lo sia ideologicamente – le potenze si sono divise tra di loro e hanno cominciato a contrastarsi».

Colpisce il susseguirsi di stragi di civili…

«Siamo stati testimoni di uno spregio totale dei diritti umani, con migliaia e migliaia di civili coinvolti nella guerra, usati come ostaggi o scudi umani. È la distruzione totale del diritto umanitario. E anche del diritto di guerra, perché anche in guerra non tutto è permesso».

Qual è la via per risolvere il conflitto?

«Noi abbiamo sempre ripetuto che non c’è possibilità di una soluzione militare. Di recente si è tenuta a Bruxelles una riunione sulla Siria da parte dell’Europa, e questo è stato anche il messaggio che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Federica Mogherini ha veicolato. Però una soluzione fa fatica a decollare. Il regime si è convinto di poter vincere militarmente, soprattutto dopo l’intervento dei russi, che hanno aiutato Assad a riconquistare molte parti del territorio del Paese. Questo ha indebolito il negoziato di Ginevra. E poi anche perché i negoziati si stanno svolgendo su diversi tavoli: quello di Ginevra è il principale, ma poi ci sono state altre iniziative, ad Astana, a Sochi…».

Troppi tavoli negoziali?

«Non so se queste iniziative aiutino a far avanzare la soluzione diplomatica e pacifica o rischino di allontanarne sempre di più la prospettiva. Io credo che – lo abbiamo detto tante volte ai protagonisti – se si dovesse anche vincere la guerra militarmente, la pace non sarà automatica, perché rimarranno tanti odi, tante contrapposizioni, tante divisioni nel Paese».

Un’ultima domanda: che cosa pensa del caso del piccolo Alfie Evans?

«Mi ha dato un’enorme tristezza: di fronte a una disponibilità manifestata apertamente, molte volte e con grande impegno di mezzi – i medici del nostro ospedale Bambino Gesù sono andati per tre volte a Liverpool – c’è stato il rifiuto di permettere che Alfie fosse portato in Italia. È incomprensibile. È stato il punto che mi ha più colpito, scosso. Non riesco a capirne la ragione. O forse c’è, ed è una logica terribile. Da parte del Papa e della Santa Sede si è cercato di fare tutto ciò che era possibile per aiutare la famiglia e assicurare al bambino un accompagnamento nel decorso della sua malattia, nonostante la prognosi infausta».

Un caso che ha fatto discutere, anche con toni accesissimi.

«In queste situazioni tutti gridano, cercando di tirare acqua al loro mulino. Ora che il caso è chiuso e i media lo dimenticheranno in fretta, ci sarebbe bisogno di riflettere pacatamente. Questi casi si ripresenteranno. Tutti insieme, a partire da punti di vista diversi, però anche con il contributo dei credenti, dovremmo cercare di dare una risposta veramente umana a queste situazioni, fondata sull’amore alla persona, sul rispetto della sua dignità e della sua irripetibilità. Speriamo che sia possibile farlo e che non si chiuda l’argomento senza pensarci più, pronti ad azzuffarci di nuovo al prossimo caso».

Andrea Tornielli 

Inviato de “La Stampa” a Chioggia (Venezia)