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Costume senza prova

costume e società

Il 35% degli italiani se ne infischia della dieta per il mare

Quando il caldo si fa sentire le opzioni non sono più di due: nei giorni feriali si cerca rifugio in un telecomando azionando ventilazione e raffreddamento in ufficio e a casa, nei festivi si indossa il costume e via in spiaggia. O in piscina per chi si accontenta. O in montagna per chi preferisce.

La stagione sembra ormai già iniziata e si direbbe che, vista la fretta, nessuno si sia fatto trovare preparato. Non è così. Il tempo per rimettersi in forma non è stato sufficiente ma comunque tutti si dicono e si dimostrano pronti.

Popolo di maniaci della forma fisica? In Italia, stando agli ultimi sondaggi, si mangia ancora da buone forchette e le palestre non hanno registrato un boom di iscrizioni, così come gli appassionati di jogging non sono diventati un esercito.

Quindi la spiegazione è un’altra: la prova costume non fa più paura a nessuno. In spiaggia si porta ciò che si mostra in città durante il resto dell’anno, sotto ai cappotti, alle giacche, alle t-shirt, nei leggings che evidenziano più che mascherare.

La prova costume non esiste più, è caduta nel dimenticatoio per tutte quelle persone che per anni hanno tentato di farsi passare la fame da marzo a settembre inoltrato, concedendosi poco per non desiderare di più.

La dieta per la prova costume è una crudeltà che ci si autoinfligge, totalmente diversa dalla dieta pensata per migliorare una condizione fisica che rischia di danneggiare l’individuo. Le diete per la prova costume sono quelle delle riviste e ciascuna ha il suo alimento-totem: il minestrone, il gelato, la pizza, il riso in bianco, lo yogurt, le patate. C’è chi si è consumato a furia di ingurgitare quasi solo minestrone per una settimana.

Finendo la scorta di carta igienica maxi rotoli. Se si tratta di togliere qualche forchettata di pasta o fare in modo che il “filo d’olio” sia davvero un filo e non una corda l’organismo può giovarne, ma il test da prova costume non si è mai limitato ad una semplice revisione delle quantità. E il peggio è che ne sono stati succubi, donne e uomini, anche coloro che di perdere peso non avrebbero avuto la minima necessità.

Oggi le cose sono cambiate, il due pezzi, l’intero e i bermuda vengono visti come semplici capi d’abbigliamento che devono vestire bene, questo sì, ma senza patemi d’animo per la maniglietta o la buccia d’arancia. Sarà perché finalmente ci si è resi conto che la cellulite non dipende dai chili di troppo, dato che ne soffrono anche le magre, sarà l’ansia che attanaglia al solo pensiero di doversi imporre un regime alimentare da indossatrice, sarà la pigrizia di dover usare sempre la bilancia per pesare non solo se stessi ma pure le quantità di pasta e pane.

Sarà che ormai se si dovessero guardare tutti i difetti di ciascuno ognuno tornerebbe a casa con la vista affaticata più che a lucidare l’argenteria cesellata. Il fatto è che secondo un sondaggio della Coldiretti solo il 20% ha ammesso di essere corso ai ripari prima di presentarsi in spiaggia mettendosi a dieta e dedicando più tempo all’esercizio fisico. Il 35% di contro ha dichiarato di non volerne sapere.

Il resto non smania per rimettersi in forma né se ne infischia totalmente, ma comunque non è disposto a perdere il sonno pensando ai chili di troppo antropomorfizzati che lo inseguono ridacchiando.

In pratica un italiano su tre arriverà al mare senza aver fatto la minima rinuncia alimentare. I dati rivelano che 4 italiani su 10 sono in forte sovrappeso se non obesi e il timore è che nella categoria dei nemici giurati delle diete ci siano molti di loro. Che ne avrebbero bisogno non per il mare, bensì per la vita.

Rosmeri Marcato