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I primi due mesi di M5S e Lega

DEMOCRAZIA IN ITALIA

Pombeni (politologo): “La mobilitazione radicalizzante acuisce i conflitti e le contrapposizioni”

Il governo M5S-Lega compie due mesi. Troppo pochi per dare un giudizio compiuto, ma più che sufficienti per un primo bilancio. Proviamo a tratteggiarlo con Paolo Pombeni, storico e politologo, uno dei più autorevoli analisti della situazione italiana. “Il nuovo governo è partito al galoppo, affrettandosi a dare tutta una serie di segnali agli elettori delle due forze che lo sostengono”, esordisce Pombeni. “E questo – aggiunge lo studioso – è avvenuto con un’ambiguità di fondo: da un lato, infatti, ognuna delle due componenti si è concentrata sulle proprie bandiere elettorali, dall’altro si è mantenuto il Paese in una tensione permanente, invece di cercare un nuovo equilibrio per affrontare i problemi in maniera adeguata. Ma i problemi non si risolvono con la mobilitazione radicalizzante che al contrario acuisce i conflitti e le contrapposizioni”.

In questo primo bilancio quali sono gli elementi concreti?

Il primo elemento è la questione dei migranti, anche se per la verità non sono state compiute vere e proprie azioni di governo, ma interventi spot. Poi c’è stato il cosiddetto “decreto dignità”, che è un intervento abbastanza cospicuo e che però si presenta come un provvedimento “omnibus”, in cui c’è un po’ di tutto, nel tentativo di soddisfare interessi di varie categorie, talora anche in contraddizione tra loro. Un terzo campo è quello delle nomine in enti e società pubbliche, in cui le due forze è come se avessero voluto dire: “Adesso la spartizione la facciamo noi”. Certo, le proteste di Pd e Forza Italia suonano piuttosto ridicole, visti i comportamenti del passato. Ma se ci si attendeva un cambiamento, bisogna riconoscere che non c’è stato. Mi sembrano inoltre molto preoccupanti gli interventi dissennati su questioni di enorme rilevanza come l’Ilva o la Tap (Trans Adriatic Pipeline), interventi privi di ogni razionalità politica.

Almeno stando ai sondaggi, però, il consenso per le forze di governo non è calato e anzi, almeno nel caso della Lega, è persino cresciuto. L’opinione pubblica è ancora in “luna di miele” con i vincitori delle elezioni?

Vedo qualcosa di più della “luna di miele”. C’è stata una grande abilità nel compiacere l’opinione pubblica sul terreno di un luogo comune che va per la maggiore da molto tempo, quello secondo cui i problemi del Paese sono facilmente risolvibili purché qualcuno vi metta mano. Adesso l’opinione pubblica ha questa percezione, rafforzata dal fatto che gli altri partiti non sanno più che cosa dire. Bisogna vedere che cosa accadrà quando i nodi verranno al pettine.

Per esempio con la prossima legge di bilancio?

Non credo che il momento della verità arriverà così presto. Sui punti chiave del programma i partiti di governo useranno argomenti del tipo “ci vorrà del tempo ma stiamo cominciando” e questo, in mancanza di alternative credibili, avrà comunque un effetto positivo sull’opinione pubblica. L’impatto con la realtà avverrà quando i mercati internazionali e il sistema economico inizieranno a mostrare la debolezza delle scelte compiute, a mio avviso non prima della tarda primavera-estate del prossimo anno.

La tempistica coincide con le elezioni europee della fine di maggio…

Le elezioni europee saranno il vero momento di snodo. In quell’occasione si vedrà se Salvini sarà riuscito nell’impresa di portare la Lega a fare il pieno di consensi, magari al 40%, come fece Renzi con il Pd, e se invece il M5S avrà un regresso. Se queste due condizioni dovessero verificarsi, allora qualche problema nella maggioranza si porrà.

Lei quindi non è tra coloro che prevedono una rottura precoce dell’alleanza giallo-verde per contrasti nell’azione di governo?

Se questa è la speranza dei loro avversari politici, allora dico che si tratta di una pia illusione. A me pare che M5S e Lega siano molto soddisfatte di stare al potere e nuove elezioni politiche – perché a questo porterebbe una rottura della maggioranza di governo – non converrebbero a nessuno.

Che fine hanno fatto gli altri partiti? Una democrazia senza opposizione è una democrazia zoppa.

Il Pd mi pare un partito allo sbando. Per riprendersi avrebbe bisogno di un rinnovamento molto radicale, ma questo porterebbe alla marginalizzazione dell’attuale classe dirigente e riesce difficile immaginare che essa stessa provveda a mettersi da parte. In altri momenti ci si sarebbe potuti aspettare un movimento dalla base, ma quel tipo di partito non esiste più. Forza Italia è un partito fantasma, costituito ormai soltanto dai fedeli di Berlusconi. Un partito del 7-8% non può essere trainante, ma quel che dovrebbe allarmarli di più è il fatto di non essere neanche considerati un interlocutore. Almeno la vicenda del Pd suscita un dibattito pubblico, quella di Forza Italia no.

A proposito di democrazia, dalle forze di maggioranza arrivano messaggi francamente inquietanti: il superamento del Parlamento, sia pure come indicazione di prospettiva; il riferimento a leader internazionali che praticano forme di governo difficilmente riconducibili alla visione della democrazia così come l’abbiamo conosciuta nell’esperienza europea e in quella italiana in particolare.

Certe affermazioni in materia istituzionale mi sembrano sparate che lasciano il tempo che trovano, ma il segnale che danno è molto preoccupante. Chi le fa percepisce che la gente non ha più fiducia e cavalca questo disagio. Quanto ai riferimenti a leader stranieri, a me pare che dietro di essi non ci sia sostanza, che si evochino soltanto delle maschere. Mi preoccupa molto, invece, che si alimenti l’illusione di poter fare a meno dell’Europa, come se fosse possibile sopravvivere da soli in un mondo in cui sta cambiando tutto.

 Stefano De Martis