//Le allodole che non convincono
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Le allodole che non convincono

LXXII Festa del teatro a san miniato

Chi ha avuto modo di leggere il libro di Antonia Arsalan “La Masseria delle allodole” e chi poi si è imbattuto nella visione dei sanminiatesi fratelli Taviani, si ricorda in maniera chiara, tagliente, la storia di quella deportazione ed uccisione di massa del popolo armeno nel 1915, quando nel mondo si iniziava a combattere la prima guerra mondiale. Libro e film tristissimo, capace però di far riflettere, sul dramma spesso dimenticato del genocidio degli armeni. In quel libro e nella pellicola era chiaro che ogni donna armena portava sulle sue spalle la responsabilità della famiglia. A San Miniato (PI) per la LXXII Festa del Teatro, organizzata dalla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato, per la regia e drammaturgia di Michele Sinisi, ciò non è avvenuto, nonostante le premesse ci fossero tutte.  Rendere in 70 minuti le sensazioni, i sentimenti di quel dramma non era facile, ma le scelte discutibili, contorte, spesso incomprensibili hanno, per chi scrive, lasciato l’amaro in bocca. Nulla del dolore di coloro che sono rimasti perché scappati dall’Anatolia in cerca di fortuna e di ricchezza e che non hanno più una Patria alla quale far di nuovo ritorno, il dolore di chi ha perso gli odori, i sapori, le usanze ed i costumi, la sua gente ed i suoi cari, la gioia, la consolazione e la nostalgia per il loro Paese di origine. Quasi nulla, e se presente presentato in maniera superficiale, del magnifico ricordo delle donne armene: madri che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia perché, pur soffrendo atrocemente, hanno lottato ed usato qualsiasi espediente per cercare di salvare i loro figli, unica àncora affinché un’intera etnia non rischiasse di scomparire. A 100 anni da quei fatti drammatici, ci si aspettava qualcosa di più organico, strutturato. Anche a livello teatrale, purtroppo, ha prevalso, tradendo la scelta artistica dell’Istituto Dramma Popolare, un ricordo sbiadito, specie nel finale, della deportazione armena ricordata meno di quella degli ebrei, ma entrambe atto terribile, crudele ed inspiegabile.

Se nelle premesse lo spettacolo doveva essere un racconto che si sviluppava sulla scena attraverso un corpo narrativo corredato di parole, segni, suoni che dovevano contribuire in egual misura a comunicare i fatti narrati, si è dovuto prendere atto che le parole scritte da Antonia Arslan non sono state tradotte in una concreta e partecipata narrazione in cui lo spettatore è testimone. Peccato! La rappresentazione è stato un susseguirsi confuso e fastidioso di quadri scenici che hanno letteralmente sballottato lo spettatore impedendogli di entrare effettivamente nel percorso narrativo che era ben chiaro e nel libro e nella rappresentazione filmica. Unica e apprezzabile “bussola”, tra immagini e suoni proiettati su un fondo scena povero ed essenziale, sono apparsi i dialoghi chiari e perentori tra il politico interpretato da Ciro Masella e il Colonnello interpretato da Marco Cacciola, che hanno avuto il pregio e la bravura di collocare al centro il dramma del genocidio armeno.

Ercamo