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L’arte della mediazione

NOTA POLITICA

C’è bisogno di costruire nuove reti di solidarietà

Il governo ha incontrato i sindacati e le organizzazioni degli imprenditori. Sembra un’ovvietà, ma ci sono voluti sei mesi abbondanti – e il trauma dell’impatto con le difficoltà della manovra economica – perché l’esecutivo giallo-verde si decidesse a convocare quelle che si è soliti definire “parti sociali”. Così, nel giro di tre giorni, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha riunito a Palazzo Chigi i segretari di Cgil, Cisl. Uil, Ugl, Confsal e Cisal, mentre i due vicepremier si sono contesi le rappresentanze degli imprenditori. Al ministero dello Sviluppo, Luigi Di Maio ha avviato il tavolo per le piccole e medie imprese, con la presenza di 33 associazioni imprenditoriali e professionali.

Matteo Salvini, anticipando il suo collega di governo, ha chiamato a consulto il presidente di Confindustria e i vertici di altre 14 organizzazioni di rappresentanza delle categorie produttive, dagli artigiani ai commercianti, dagli agricoltori alle cooperative.

Ne è nata anche un’ennesima occasione di polemica tra M5S e Lega: Di Maio, infatti, si è risentito per la mossa del titolare del ministero dell’Interno, considerata sostanzialmente un’invasione di campo.

Ma al di là di questa diatriba e al di là anche dei risultati concreti delle tre riunioni, la notizia è negli incontri in sé, nel fatto che il “governo del popolo” abbia almeno per il momento preso atto dell’impossibilità di governare democraticamente una società complessa senza esercitare l’arte nobile della mediazione e saltando a piè pari i corpi intermedi.

Anzi, comportandosi proprio come se non esistessero, in nome di un rapporto diretto tra il (o i) leader e la platea dei cittadini, implicitamente ridotti a un insieme amorfo di individui votanti.

Non un vero popolo, ma una massa, per riprendere una distinzione che risale addirittura al celebre radiomessaggio di Pio XII nel Natale del 1944. E’ un discorso che va molto oltre il riconoscimento del ruolo specifico dei sindacati e delle organizzazioni imprenditoriali, ma riguarda tutte le forme della rappresentanza e in ultima analisi investe la concezione stessa della democrazia.

E per converso chiama in causa anche la capacità della società civile di esprimere forme di rappresentanza all’altezza dei tempi. Perché se il fascino sottile della “disintermediazione”, se l’illusione che ognuno possa e debba fare tutto da sé magari grazie alla tecnologia, ha sedotto tanta parte dell’opinione pubblica, dipende anche dall’inadeguatezza che i soggetti tradizionali della rappresentanza hanno finora mostrato nell’interpretare i tempi nuovi. I segnali di una spinta “civica” che sta salendo dal basso sono importanti e diffusi anche se ancora frammentati. C’è bisogno di costruire nuove reti di solidarietà per alimentare una democrazia ricca e articolata. L’incattivimento della società denunciato dal Censis non è un destino ineluttabile a cui arrendersi.

Stefano De Martis