//Il primo miracolo

Il primo miracolo

RACCONTO DI NATALE

Il primo miracolo

Quando uscii dalla porta di casa non mi resi nemmeno conto di aver dimenticato il mantello per proteggermi dal freddo pungente della notte: sentivo un gelo atroce dentro di me, dopo gli avvenimenti di qualche ora prima. Stringevo, quasi come una fonte di calore da cui ricevere conforto, un piccolo fagotto immobile, fatto di una lussuosa coperta raccolta attorno ad un corpicino inerme, mio figlio.
Dopo pochi passi, senza una direzione precisa, mi accorsi di un baluginio nel cielo oltre il tetto di una casa. Pensavo fosse la luna piena ma mi mossi per capire meglio e vedere. Una lunga scia di frammenti di stelle sembrava inseguire nel cielo un astro più grande e luminoso. Dopo un primo contraccolpo di stupore, il mio cuore respinse la meraviglia di quello spettacolo.
Non riuscivo a staccarmi dal pensiero che tornava implacabilmente a quando mi avevano dato mio figlio appena nato, sprofondata nell’angoscia ancora prima di prendere in braccio la creatura senza vita. Ero come anestetizzata e mi sentivo improvvisamente sola nella stanza affollata di serve e levatrici che mi guardavano con pietà, con il respiro sospeso per il dolore davanti e dentro di loro.
Quando tutti se ne furono andati, avevo preso il bambino ed ero uscita fuori in quella notte oscura diventata inaspettatamente luminosa. Non mi rendevo conto di ciò che facevo, incurante del dolore pulsante del parto, cancellato dal macigno oscuro della perdita. Nessuno tentò di fermarmi.
Ad un certo punto notai sul promontorio sopra la città uno sciame di fiaccole che scendeva a valle, seguendo i sentieri come un bruco luminoso nella sagoma scura della collina. Incuriosita da questa ennesimo avvenimento inatteso, mossi nella direzione verso cui si muovevano le torce. Sulla strada incontravo una folla sempre più numerosa di gente che, come me, andava a vedere.
Sentii qualcuno gridare: “Correte, arrivano da tutte le parti per vederlo!”. Non ebbi la forza di chiedere di chi si trattasse; facevo parte di una delle famiglie più in vista di Betlemme: se qualcuno d’importante stava arrivando, lo avrei saputo prima degli altri.
Seguii inebetita il flusso delle persone e camminai percependo tutto il paradosso di quel vagare senza meta, con il mio carico di dolore privo di speranza.
Appena fuori del paese, mi trovai di fronte una folla immobile rivolta verso una bassa parete rocciosa. Non riuscivo a vedere dietro le sagome delle persone incuriosite che alzavano la testa per guardare. Mi spinsi attraverso un varco nella folla che sembrava aprirsi magicamente al mio passaggio, fra persone stupefatte e allo stesso tempo indignate per quel bimbo che portavo in braccio nella notte gelida.
Quando non ebbi più nessuno di fronte, vidi ciò per cui tutta quella gente era accorsa, ciò per cui io mi ero mossa inconsapevole: un bambino appena nato sgambettava dentro a una coperta fatta di stracci in una cassa di legno riempita di fieno. Accanto a lui una giovane lo accudiva con gli occhi pieni di stupore per quella creatura e per tutto ciò che le stava accadendo attorno. Dietro di lei un uomo che doveva essere il padre del bambino, con quella luce negli occhi che solo un padre può avere.
Non riuscii a staccare gli occhi da quei piedini che si agitavano scalciando nell’aria dentro alla coperta. Il mio bambino, invece, non aveva pianto, non aveva scalciato, non aveva cercato il mio seno e non l’avrebbe fatto mai.
Scoppiai in quel pianto che avevo trattenuto dentro di me fino a quel momento e caddi in ginocchio, con il mio bimbo esanime in braccio, stremata e arresa.
La giovane mamma si alzò e venne verso di me, mi prese per le braccia e mi sollevò. “Dallo a me”, mi disse con un filo di voce affinché solo io sentissi. Esitai appena e poi staccai da me il fagotto leggero e lo consegnai a quella donna sconosciuta che mi guardava come se tutto il mio dolore fosse diventato il suo, quasi lo avesse assorbito dentro di sé.
Lentamente la giovane mamma prese in braccio mio figlio e si girò, andando verso la culla improvvisata dove il suo bimbo nel frattempo sembrava essersi calmato. Posò con la delicatezza di una madre il fanciullo inanimato a fianco del suo, nella stessa mangiatoia. Tutto intorno regnava un silenzio irreale e si percepivano chiaramente solo i versi di un asino e il rumore degli zoccoli di un bue, custodi della grotta.
D’improvviso quel silenzio fu rotto dal pianto di un bimbo. Non c’era nulla di strano nel pianto di un bambino, i bambini piangono per affermare che ci sono, per mendicare l’amore di una madre e di un padre, per dire al mondo il bisogno che sono. I bambini, si sa, piangono. Ma quello era un pianto diverso, lo sentii subito. Passò solo un istante prima che si udisse un altro pianto di bimbo che si aggiunse al primo, formando un unico vagito. Solo allora compresi, pur senza comprendere. La giovane madre spostò lo sguardo pieno di meraviglia dalla culla a me e alzò un braccio con un amorevole gesto d’invito come per dire “Vieni!”, senza però dire nulla.
Mi avvicinai tremante alla culla e vidi.
Vidi i due bimbi, l’uno a fianco dell’altro, scalciare senza tregua, urlanti.
Girò la voce che quella notte si fosse sentito un coro di angeli con voce di bambini sopra a quella grotta. Nessuno tranne me e quella donna seppe mai ciò che era realmente accaduto.
(Mauro Bighin)