//Incontro nella neve (racconti di Natale, un’esperienza vissuta)

Incontro nella neve (racconti di Natale, un’esperienza vissuta)

Il monte Ortigara e il monte Caldiera fanno parte della corona di cime che delimitano, a nord, l’altopiano dei Sette Comuni. Due altissimi bastioni le cui pareti settentrionali scendono a precipizio sulla Valsugana. Tra i due monti si distende il passo dell’Agnella, una vasta conca intersecata da sentieri storici segnalati con i colori della nostra bandiera. Sentieri che si intrecciano sui luoghi dove sono state combattute le più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale. Montagne e vallate tragicamente famose di delicata e aspra bellezza: d’estate, quando si accende il verde del bosco, le felci, il muschio e i mughi s’insinuano tra le rocce fino a raggiungere le nude vette; d’inverno quando la neve copre ogni anfratto e rende il paesaggio immacolato e soltanto qualche cammino battuto dagli escursionisti diventa percorribile fino alla sommità dei monti. Ancora oggi vagando su quei pendii mi ritorna in mente un incontro avvenuto anni fa.
Fu in un mattino luminoso di fine dicembre che mi avventurai solitario, deciso a raggiungere la cima Ortigara. Il sole mitigava l’aria tagliente, il cielo azzurro si rifletteva sulle immacolate distese di neve picchettate, qua e là, dalle orme di qualche animaletto notturno. Una poiana librava alta contro il cielo terso. Il silenzio era interrotto soltanto dal fruscio della neve sotto i miei passi. Raggiunsi il piano della vallata, ai piedi dei massicci rocciosi, passando tra i pini mughi e i ginepri stremati dal peso dell’inverno. L’ampia conca pareva convogliare la vivida luce del sole creando riverberi accecanti.
In questo aperto e limpido spazio mi parve di scorgere in lontananza una sagoma scura che spiccava sul bianco intorno. Avvicinandomi vidi un uomo seduto su un masso, chinato in avanti con le mani appoggiate ad un bastone infilato nella neve. Quando mi vide alzò la testa e a mezza voce rispose al mio saluto. Era un vecchio dall’aspetto austero, di un’età per me indefinita. Indossava un giaccone scuro con un folto collo di pelliccia e uguale era il colbacco calato sulla fronte. Celai la mia sorpresa per l’inaspettato incontro in quel luogo isolato, in quel giorno prossimo al Natale; mi limitai ad una banale osservazione sul tempo. “Speriamo che duri a lungo” fu la sua risposta e continuò come parlando a se stesso: “Intanto qui, per ora, ho tutto ciò che desidero, la buona salute, il silenzio e un po’ di tempo per meditare”. Indubbiamente quel personaggio destava in me molta curiosità e, con una punta di malizia, affermai che arrivare fin lì era abbastanza faticoso, tuttavia io avevo intenzione di raggiungere la cima Ortigara. Lui prendendo voce e indicando i monti che ci sovrastavano, disse che quelle sommità le aveva toccate molte volte quando, fin da giovanissimo alpino, era costretto a farlo e continuò affermando che, per una promessa fatta in quel tempo lontano, ogni Natale della sua lunga vita era tornato in quei luoghi per rievocare, in solitudine, le tragedie umane che lì si erano consumate. Rimasi in silenzio, temendo di risvegliare in lui drammi che non avrebbe voluto nominare. Ma l’uomo parlava e indicava monti e vallate, raccontava di interminabili marce nella neve e di notti glaciali nelle trincee, nelle caverne scavate nella roccia dove anche i pensieri gelavano e rendevano angosciante il risveglio. Ricordava l’incubo di ordini urlati, improvvisi assalti, e gli pareva di rivedere uomini sbucare dalla terra, correre gridando e cadere come arbusti recisi.
Lo guardavo in silenzio e mi pareva di scorgere nei suoi occhi una profonda tristezza come se lui, nell’intimo, si sentisse quasi immeritevole di essere un sopravvissuto e di stare lì a rivelare, ad uno sconosciuto, le immani tragedie quasi sepolte nella memoria del tempo.
Il sole era all’apice del suo arco e sul fondo della conca indugiava una tiepida quiete. Ormai ero incerto se proseguire verso la cima, ma il vecchio, intuendo la mia titubanza, si scusava per aver distratto le mie intenzioni e mi invitava a proseguire con la vaga promessa che al ritorno lo avrei ritrovato. A malincuore ripresi il cammino, ormai estraniato dal meraviglioso paesaggio invernale e, come in un film al rallentatore, immaginavo i combattimenti appena rievocati da chi li aveva vissuti. Salendo il pendio mi pareva di sentire il crepitare delle armi, lo scoppio delle granate e la terra tremare, e immaginavo tra le rocce martoriate e grovigli di filo spinato, l’avanzare caotico, come formiche impazzite, di uomini che andavano incontro alla morte.
Arrivai in cima e per un po’ fui sollevato dallo sguardo che si perdeva sull’incantevole panorama delle vette dolomitiche. Ma la distrazione durò poco, il pensiero tornava a quel toccante incontro.
Ripresi il sentiero del ritorno impaziente di ritrovare il vecchio soldato e quando, fin da lontano, lo vidi, provai per lui un senso di gratitudine. Poi, in una quiete pregna d’emozione, insieme camminammo nella neve, in silenzio, come se lui, allontanandosi, affidasse per sempre a quei monti e ad un passato di cui era uno degli ultimi custodi i suoi strazianti ricordi.
Achille Grandis