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Compagnia condivisa

COSTUME E SOCIETA’

Il dog sharing: vantaggi, difetti e logica conclusione

L’affetto e l’amore degli umani possono essere condivisi? Naturalmente sì, anzi, questa sarebbe la norma. Assumono varie forme, col tempo si modificano, purtroppo possono affievolire, ma anche rinsaldarsi e tornare più vividi di prima. Si può essere legati a diverse persone allo stesso tempo e ciascuna di loro non ne risentirà, a meno di gelosie patologiche che con l’amore non hanno nulla da spartire. Per le bestiole è diverso. Si dice che il gatto, in caso di vita in famiglia, elegga un solo membro quale suo punto di riferimento e che tutti gli altri siano semplici comparse nel suo cuore. Il cane forse la pensa allo stesso modo, ma si sforza di accontentare chiunque gli dimostri un affetto sincero.

Alcuni sono talmente generosi da far in modo che anche il più occasionale dei visitatori si senta amato in casa loro. Forse è su questa predisposizione canina che si sono basati gli ideatori del dog sharing. È esattamente ciò che sembra: condividere un cane sotto ogni aspetto, compresi il cibo e le cure veterinarie. Negli Stati Uniti viene praticato già da qualche tempo, alla pari dei bike e car sharing, e continua a riscuotere consensi con una platea di fruitori in costante crescita.

Si può fare in autogestione se si conoscono già altre persone desiderose di avere un cucciolo da accudire, oppure scaricando le app dedicate che provvederanno a mettere in contatto gli interessati. Quello che a prima vista può sembrare un atto di egoismo e noncuranza per i sentimenti di una bestiola viene presentato piuttosto come un’opportunità preziosa per entrambe le parti. Sono numerosi, infatti, coloro che vorrebbero adottare un cane ma che rinunciano perché, causa lavoro ed impegni abituali, non potrebbero dedicargli il tempo necessario. E sono altrettanto numerosi i cani che trascorrono la maggior parte della giornata in casa da soli aspettando il ritorno del loro migliore amico.

La pratica del dog sharing si propone di evitare la malinconia dei primi e la solitudine dei secondi.

Ogni “padrone” sceglie quando rendersi disponibile, così il cane non passerebbe più troppo tempo da solo. In pratica si tratta di una sorta di dog sitting permanente, o almeno così tendono a definirlo coloro che lo apprezzano. Peccato però che il dog sitter non venga visto dal cane alla pari del proprietario, ma un suo surrogato per il tempo che occorre e che per il cane è sempre troppo.

Se potesse scegliere, la bestiola preferirebbe stare accucciato sotto la scrivania accanto al padrone per l’intera giornata piuttosto che scorrazzare con un estraneo, salvo qualche eccezione. Nel caso del dog sharing come vengono visti i vari “partecipanti” dal cane “condiviso”? Il suo istinto e il suo cuore lo porteranno a sentirsi di tutti o di nessuno? Facile che si senta un mero accessorio da tempo libero perché a questo, presumibilmente, si ridurrà: ciascuno andrà a prenderlo per quel paio d’ore di stacco dagli impegni quotidiani tra lavoro, famiglia e commissioni varie. Esattamente come una macchina o una bici: le si prende quando ce n’è bisogno.

E se il cane fosse talmente amorevole da affezionarsi a tutti allo stesso modo come la prenderebbe qualora uno del gruppo si ritirasse? La vivrebbe come un parziale abbandono e difficilmente dimenticherebbe, anzi, vivrebbe nel terrore che anche gli altri facciano lo stesso. No, il dog sharing è solo l’ennesima prova di quanto l’uomo possa essere egoista.

Rosmeri Marcato