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Per salvarsi insieme

di Vincenzo Tosello

Il mese di gennaio, a partire dal suo primo giorno, Capodanno, identificato ormai da 52 anni anche come “Giornata mondiale della pace”, è mese di riflessione attenta e di impegno speciale per la costruzione della pace in ogni ambito. E opportunamente, proprio in questo mese (dal 18 al 25), secondo una tradizione ancora più antica, i cristiani di ogni dove convergono idealmente nella preghiera e nella riflessione per l’unità di tutti coloro che credono in Cristo e vogliono vivere nella sua Chiesa.

La “pace” infatti non è solo una parola vana, né un semplice auspicio, ma un compito che spetta a tutti, a partire dai rapporti personali e familiari fino a tutti gli altri ambiti in cui siamo chiamati a vivere con differenti ruoli e con differente responsabilità, ma sempre da persone rispettose di ogni altra persona, con pari dignità, popoli rispettosi di altri popoli, con pari opportunità.

Papa Francesco nel suo messaggio per il Capodanno 2019 sottolineava con forza il compito di una buona politica che dev’essere necessariamente “al servizio della pace”. Nel discorso annuale al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, ha ribadito con forza l’urgenza di evitare ogni tentazione populistica e nazionalistica.

Magari pensiamo che ciò possa riguardare solo qualche esponente politico o qualche formazione socio-politica; mentre, in realtà, è un rischio che può insidiare ciascuno di noi, nella nostra sensibilità personale, nelle nostre idee e convinzioni, tutti come siamo alla ricerca di una “sicurezza” che ci metta al riparo da tutti e da tutto, in particolare da chi potrebbe invadere il nostro “orticello”, più o meno ampio.

La logica del “dono” e della “solidarietà” che continua, del resto, a caratterizzare moltissime persone anche nel nostro Veneto e nelle nostre città – guai a noi e alla nazione se ci mancassero! – sembra anch’essa in crisi per una serie di fattori che rendono più problematico il suo esercizio, sia formalmente (per lacci e lacciuoli disseminati ovunque), sia interiormente (per dubbi ed esitazioni emergenti nel cuore delle persone e nelle stesse associazioni…).

Ma ci rendiamo conto tutti, penso, che la strada della “sicurezza” e della “salvezza” – comunque la si voglia intendere – non può essere quella della chiusura egoistica, che si traduce necessariamente in una vita asfittica, limitata e limitante, quanto piuttosto quella dell’apertura di mente e di cuore, nelle forme e nei modi più opportuni, certo – senza illusoria ingenuità o pericolosa sventatezza -, ma fondamentalmente consapevoli che nella famiglia, nella comunità, nella nazione, nell’umanità – e nella Chiesa, dove sembra talora che la lotta interna si acuisca anziché stemperarsi – o ci si salva insieme o ci si perde insieme. La prima ipotesi è senz’altro da preferire, e da perseguire.

V.T.