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Le infrastrutture

NOTA POLITICA

Il “contratto di governo” scricchiola

Tra il 2007 e il 2015, in Italia gli investimenti in infrastrutture sono crollati da 13,66 mld a 5,15, circa la metà di quelli effettuati in Germania e in Francia. Lo metteva in evidenza, alcuni mesi fa, un articolo del Wall Street Journal basato su dati forniti dall’Ocse, l’organizzazione dei Paesi maggiormente sviluppati. Le statistiche di casa nostra confermano questo andamento. A fronte di tale situazione, il rilancio degli investimenti infrastrutturali (per esemplificare: reti stradali e ferroviarie, porti, reti per l’energia e le comunicazioni, opere di bonifica, ecc.) dovrebbe essere il tema centrale della politica economica del Paese, soprattutto perché ad esso è strettamente connessa la crescita complessiva dell’economia nazionale e la creazione di nuovi posti di lavoro. Invece abbiamo avuto una legge di bilancio imperniata su tutt’altre priorità e il destino di alcune delle grandi infrastrutture già avviate (a cominciare dalla Tav, la nuova linea ferroviaria Torino-Lione) è materia di scontro frontale all’interno della stessa maggioranza di governo.

Il punto è che sulla questione delle infrastrutture vengono al pettine alcuni nodi fondamentali della politica del nostro tempo. La complessità, innanzitutto. Per dirla con il presidente Mattarella, “non ci sono ricette miracolistiche”. E ciò è tanto più vero in un campo, quello delle infrastrutture, in cui le decisioni presentano un tasso di complessità estremamente elevato, dovendo conciliare parametri di efficienza e produttività con esigenze di sicurezza e di compatibilità ambientale. Un bel problema se la politica vive di slogan e stenta a riconoscere la necessità della mediazione e del dialogo a tutti i livelli.

Ancora. Sulle infrastrutture mostra la corda la politica di corto respiro, quella che pensa soltanto alla più ravvicinata scadenza elettorale e al consenso volatile dei social network. È un terreno che richiede capacità di guardare al bene del Paese in prospettiva, oltre il tornaconto immediato della maggioranza pro-tempore, correndo il rischio che siano altri a beneficiare del successo dell’impresa e assumendosi la responsabilità di scelte difficilmente reversibili, se non nel lungo periodo.

C’è un ulteriore profilo che spiega in modo particolare il motivo delle forti e vistose tensioni tra le forze al governo in materia di infrastrutture. Si tratta infatti di un tema che più di altri fa venire a galla il fondo ideologico di ogni partito politico, la sua visione della società, del futuro, quella su cui poggia la parte più profonda del consenso elettorale e l’identità dei rispettivi gruppi dirigenti. Ecco perché su questo tema lo stesso “contratto di governo” scricchiola, man mano che la realtà mutevole si dimostra incomprimibile in uno schema rigido e costringe i partiti a misurarsi con inevitabili integrazioni e correzioni di rotta, anche robuste.

Stefano De Martis