//L’abitudine del Festival
sanremo-2019

L’abitudine del Festival

COSTUME E SCOIETA’

Il tentativo di cambiare un format storico senza gli effetti sperati

Il Festival della Canzone Italiana può piacere come no, anche se solitamente, per abitudine, si è portati a propendere per il no. Nessuno ne parla apertamente, nessuno ammette di averlo visto, eppure lo share rivela l’opposto. Per quanto in calo rimane comunque una consistente fetta di pubblico. Ci sono le serie sulla tv a pagamento, ci sono le partite, ci sono i film che tutti ricordano e che si rivedono sempre volentieri, ma tutti almeno un’occhiata al Festival la concedono.

L’abitudine sembra dominare il carrozzone festivaliero. C’è chi dice che per abitudine, appunto, lo si guarda, anche se la stessa cosa si potrebbe affermare per le fiction decennali che tengono compagnia a mezza Italia facendo ascolti stellari anche in replica proprio in virtù delle atmosfere sempre uguali, dei dialoghi nuovi ma fin troppo simili, dei personaggi che vengono caratterizzati dalle loro gag e perché ogni volta dicono ciò che ti aspetteresti da loro, conoscendoli da anni.

L’abitudine è rassicurante, l’atteggiamento ingessato del conduttore, il trucco pesante la prima sera quando non sai come risulta con l’effetto delle luci, l’audio che per diventare impeccabile impiega tre serate, gli abiti che nessuno si sognerebbe d’indossare giù da quel palco. Le abituali frasi di rito in conferenza stampa che appena accenni ad un commento di partito scoppia il finimondo. Gli abituali saluti e ringraziamenti, i duetti quasi scontati perché, appunto, c’è l’abitudine di ricambiare l’onore a chi ti ha invitato quando era in gara.

I conduttori che d’abitudine, quando viene chiamato chi conduttore non è, portano a Sanremo il loro vero mestiere sfinendoci con canzoni storiche, battute da capannone comico e imitazioni ma con l’interazione del personaggio scimmiottato, che neppure questa è nuova.

L’abitudine, oltre che rassicurante, è comoda e tiene lontane le polemiche. Ma da una manifestazione canora che compie 69 anni cosa ci si dovrebbe aspettare di diverso? Ci sono tante altre occasioni per polemizzare, per costruire casi nazionali che fanno indignare senza doversi aggrappare ad una canzonetta male scritta e mal cantata da un tamarro mal conciato che si ritrova al centro delle attenzioni mediatiche e pure politiche per aver inneggiato a ciò che sarebbe meglio evitare. Il suo genere di “musica” il più delle volte affronta e appoggia determinate tematiche fuori luogo, e non era difficile rendersi conto che un manipolo di personaggi celebri finiti presto e male aveva poco a che fare con un’auto da matrimoni, che doveva esserci altro di malcelato.

La polemica può essere d’abitudine, ma se regala visibilità senza meriti allora meglio la noia e la calma piatta.

Perché anche la noia può essere rassicurante, le canzoni melodiche, un po’ d’energia a sprazzi, i sentimenti sinceri, le voci impostate, la febbre da tensione che tradisce l’ugola perfetta. Qualche rappata può andare bene, basta che non occupi troppo spazio, altrimenti, come ha detto qualcuno, “qua si parla soltanto”, raccogliendo diversi applausi. Dicono che lo scopo fosse attirare un pubblico giovane e pare che ci siano riusciti.

C’è chi ha commentato con una spiegazione condivisibile: i giovani non sanno cosa sia il Festival di Sanremo. Perché, cos’è il Festival? Canzoni che rimangono nel tempo, artisti emergenti che diventano icone, ospiti internazionali apprezzati in ogni continente, abiti da sogno e applausi scroscianti. Questo era il passato. Oggi i maestri dell’orchestra fanno le capatine in bagno quando dovrebbero essere pronti, mani sugli strumenti, la platea confabula mentre i conduttori parlano, i più giovani in gara si presentano sul palco in tenuta da scappati di casa. Ad essere ricordato, oltre ai fischi alla lettura della classifica, sarà il dettaglio più deriso: le giacche di molti dei partecipanti. Notevoli e per nulla abituali.

Rosmeri Marcato