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Perplessità su un passo importante

REDDITO DI CITTADINANZA

Intervista a Francesco Marsico responsabile dell’Area nazionale di Caritas Italiana

“Ecco, è forse la tempistica la questione che stona di più riguardo al reddito di cittadinanza: perché partire da aprile? Sarà forse pronto il modulo Inps, ma mancherà tutto il resto, in particolare tutta la parte di inserimento attivo nel mondo del lavoro. Ci voleva il tempo necessario per prepararla, è molto complessa e “pesante”. Invece ci sarà solo distribuzione di soldi. Per carità, i partiti agiscono anche per motivazioni elettorali, però così…».

Perplessità espressa dal responsabile dell’Area nazionale di Caritas italiana, Francesco Marsico, che pure non disdegna di mettere in luce le… luci «di un provvedimento che è senza dubbio il maggior investimento di risorse finanziarie che l’Italia abbia mai fatto nella lotta contro la povertà». Quindi rigetta le accuse di chi bolla la posizione Caritas come “anti-reddito”: «Non è così, abbiamo segnalato solo alcune storture che meriterebbero di essere almeno valutate. Ma un decreto che stanzia risorse che possono intervenire su tre quarti dei poveri esistenti in Italia, è certo benvenuto».

Avevamo già il Rei (reddito d’inclusione) introdotto dal centrosinistra

«Una misura di contrasto alla povertà che aveva un unico, grande difetto: era irrisoria, non interessava nemmeno un quarto dei poveri che vivono in Italia. Aveva un pregio che dovrebbe trasmettersi pure al reddito di cittadinanza: ha introdotto il riconoscimento della quota servizi, stanziamenti per i servizi sociali che accompagnino l’uscita dalla povertà da parte degli individui assegnatari. E aveva individuato un modello corretto per filtrare le situazioni. È mancato il coraggio di finanziarlo adeguatamente».

Quali sono i dubbi della Caritas su questo nuovo strumento anti-povertà?

«Della tempistica ho già detto, ma è un fattore molto importante. Lascia poi estremamente perplessi – per usare un eufemismo – la parte in cui si concede il reddito agli stranieri qui residenti: ci sono paletti così alti e un po’ confusi che mi fanno pensare che non si voglia combattere tutte le povertà, ma solo certune. Quindi ci sono aspetti che sembrano confliggere sia con le normative europee che con la Costituzione italiana: vedremo. Infine una questione culturale che emerge qui come in altri casi.

Quale?

«Manca una governance della sussidiarietà. Regioni e Comuni, per non parlare di associazionismo e terzo settore, hanno un ruolo assolutamente marginale, pur essendo enti e realtà le più vicine al mondo della povertà. Qui c’è lo Stato che eroga all’individuo. Una situazione che riflette un modo preciso di pensare».

Sarà un successo?

«Non lo so proprio perché una simile misura meritava un grande lavoro di preparazione che sistemasse per bene tutte le questioni: il filtraggio, l’accompagnamento dei servizi sociali, tutta la struttura di inserimento nel mondo del lavoro, da tarare con le giuste risorse e le chiare competenze, il realismo necessario per capire che proporre ad ogni destinatario tre offerte di lavoro ad esempio in Calabria, è pura fantasia».

Anche nel Veneto, se è per quello.

«Mentre penso che non dovrebbero esserci problemi di efficacia per la pensione di cittadinanza. È una misura molto semplice. E infine mi lasci dire una cosa».

Prego.

«Personalmente mi ha dato molto fastidio il lessico che ha accompagnato il varo di questa misura. Si è tratteggiato un mondo di poveri che vive di espedienti, intriso di furbizia, voglioso di soldi stando seduti sul divano… È chiaro come il sole che non bisogna dare soldi a chi non ne ha bisogno, ma “punire” chi è povero che un po’ ci fa schifo ma poi lo aiutiamo… Non si parla così dei poveri e della povertà».

Nicola Salvagnin