//Né vincitori, né vinti
TAV

Né vincitori, né vinti

NOTA POLITICA. A proposito di TAV

Il “contratto” fra M5S e Lega mostra sempre più la corda

Sulla vicenda della Torino-Lione, la Tav, chi ha vinto? Il M5S, che è riuscito a ottenere qualcosa di simile a un rinvio a dopo le europee per non scontentare il proprio elettorato, o la Lega, che ha buon gioco nel dire che alla fine la Tav si farà, come desiderano i suoi elettori (e molti altri, per la verità, dentro e fuori il Parlamento)? La domanda, dopo un braccio di ferro dai toni durissimi, è ovviamente lecita. Ma non è la domanda decisiva. In attesa di conoscere l’esito finale, al punto in cui siamo arrivati è più importante chiedersi come il Paese esca dall’ennesimo capitolo di una vicenda di cui si parla da almeno vent’anni (il progetto era stato inserito nella pianificazione europea già nel 1994, il primo accordo italo-francese è del 2001). E la risposta è che il Paese non ne esce bene. La lettera con cui il presidente del Consiglio ha sbloccato per il momento la questione (appigliandosi, paradossi del sovranismo, a una norma della legislazione francese) è stata accostata con ironia alla celebre missiva di Totò e Peppino, quella del “punto, due punti, punto e virgola”. Ma non è la prima volta che in politica, anche a livello internazionale, uno scoglio venga aggirato ricorrendo ai codicilli e a tortuose formule di compromesso. Proprio a dispetto di quanto certa “nuova politica” ha cercato di far passare nell’opinione pubblica, purtroppo con qualche risultato, i problemi nella maggior parte dei casi non sono risolvibili in modo semplicistico. Hanno una loro irriducibile complessità, richiedono tempi adeguati e faticose mediazioni. Si può discutere sulla qualità delle mediazioni, naturalmente, ma il discorso di metodo non cambia.

Se il Paese non esce bene dalla vicenda degli ultimi giorni, piuttosto, è perché ha perso punti in termini di credibilità internazionale. E soprattutto perché non si capisce in che direzione le forze di governo lo stiano portando. Manca un progetto politico condiviso almeno tra i partiti che compongono la maggioranza. Che poi ci siano questioni su cui bisognerebbe cercare un consenso più ampio delle maggioranze pro-tempore, perché il Paese ha bisogno di procedere insieme e non per strappi divisivi, è una convinzione sacrosanta. Ma qui manca una convergenza di fondo tra le stesse forze politiche che esprimono l’esecutivo. Il “contratto” tra M5S e Lega – due partiti che, va sempre ricordato, si erano presentati agli elettori su fronti opposti – mese dopo mese mostra sempre più la corda. E’ emerso chiaramente anche nella questione Tav, in cui sono in gioco trattati internazionali e precedenti decisioni del Parlamento e in cui la soluzione, per quanto provvisoria, è stata raggiunta con una mediazione giuridica e non certo con un richiamo ideologico al “contratto”, ormai incapace di coprire le divergenze strategiche tra i due partiti. L’incertezza per quel che accadrà dopo il voto europeo è elevatissima. I due leader della maggioranza, tuttavia, continuano a ripetere che il governo durerà l’intera legislatura. Proposito legittimo. Ma per fare che cosa? Il Paese è nuovamente precipitato in una situazione economica grave, dopo l’estate sarà necessario mettere in piedi una manovra finanziaria da far tremare le vene ai polsi. Magari sarebbe il caso di parlarne da subito e non rinviare anche questo a dopo le elezioni europee

Stefano De Martis