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Una benefica utopia

di Vincenzo Tosello

Anche se in qualche parte della diocesi si sta ancora festeggiando il Carnevale (ad es., a Cavarzere, con la classica sfilata dei carri, sempre “fuori tempo”), siamo ormai a Quaresima avanzata. E, anche se nei supermercati già spuntano le colombe, alla Pasqua manca ancora un mese. Tempo dunque speciale, almeno per il cristiano, di digiuno, preghiera e carità. Le ultime due sono abbastanza note e comprensibili – e, del resto, andrebbero solo intensificate, poiché esse sono indispensabili per ogni periodo dell’anno -, mentre il digiuno caratterizza in modo più specifico questo tempo, ed è – forse – anche più difficile da interpretare e da realizzare, tanto più in quest’epoca. A parte il digiuno imposto da motivi di salute o quello scelto per motivazioni estetiche (di “linea”), non è semplice, né consueto il praticarlo. Come il vescovo ci ricordava l’altra settimana su questo giornale – e in varie sedi già il mercoledì delle ceneri – il digiuno cristiano nasce da un’esigenza di purificazione interiore e come educazione a rinunce che ci liberano dalla schiavitù dell’egoismo per aprirci ai fratelli e a Dio; coinvolge la dimensione corporea, ma è soprattutto frutto di amore e cammino di conversione. La pratica del digiuno, a dire il vero, è consigliata o comandata anche in altre religioni e in altre culture: oltre che nell’ebraismo, in modo peculiare nell’islam, ma anche nelle religioni orientali, dove il distacco dalle cose e l’estrema sobrietà nel cibo sono tra le vie necessarie per la “salvezza”.  Ma noi, qui, ora, da che cosa dobbiamo e possiamo digiunare? A che cosa dobbiamo, possiamo e vogliamo rinunciare? Da che cosa decidiamo di e riusciamo ad astenerci? Parlando di rinunce e di sobrietà necessarie nel nostro tempo, mi viene sempre da interrogarmi su come e in che misura effettivamente noi e i nostri concittadini siamo disposti a privarci di qualcosa (anche del superfluo), tra le tante che ormai sostanziano la nostra vita quotidiana. Mi vien da pensare anche a quanti hanno manifestato la scorsa settimana sulle urgenze legate al rispetto ambientale: non solo gli adulti ormai da decenni “assuefatti”, ma anche tanti giovani – che pur lodevolmente ci richiamano agli imprescindibili doveri “ecologici” – sono disposti a rinunciare a che? Alle crescenti comodità casalinghe, ai viaggi con tutti i mezzi più o meno sempre inquinanti, all’uso e abuso dello smartphone o del tablet e di tutto il resto di recente o ultima generazione – inquinanti spesso sia esteriormente che interiormente -, alle feste e ricorrenze di ogni tipo (personali o collettive), ecc.? Parliamoci chiaro: sappiamo tutti che occorre porre un freno al consumismo che ci divora e divora la terra e l’umanità; ma – come qualcuno ha osservato – servirebbe un’autorità coercitiva universale che imponesse uno stop (e neanche tanto graduale) – il che risulta per lo meno utopistico – perché le scelte personali sono spesso altre! E’ vero che intanto bisogna cominciare e che qualche pioniere deve muoversi… La Quaresima serve anche a stimolare questo, sperando che qualcuno in più si aggreghi ad una libera e benefica utopia.

V. T.