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Rischi e tendenze all’inchiostro

Costume e società

Il punto sui tatuaggi tra divieti, affari e previsioni

È risaputo che le opinioni riguardo i più disparati argomenti variano a seconda dell’appartenenza generazionale. Difficilmente i giovani trovano punti d’incontro con i saggi che avrebbero qualcosa da insegnare e che spesso invece vengono considerati babbioni privi d’aggiornamento. Per la questione tatuaggi è diverso. La pelle marchiata piace o non piace, a qualunque età. Ci sono ventenni che proprio non la tollerano e anziani che ammirano i disegni sul corpo, quasi sempre altrui, se sono ben fatti. Un corpo può essere una tela, ma spesso se ne vedono ridotti come i blocchetti per gli scarabocchi di prova dei dispenser delle penne biro. Gli artisti non mancano e alcuni sono davvero bravi, ma i cialtroni formano la maggioranza. In qualunque maniera vengano eseguiti e qualunque sia il soggetto, farsi tatuare comporta l’introduzione di sostanze nell’organismo. Per spiegarla in modo crudo tendente all’horror si può raccontare di particelle estranee che viaggiano attraverso il sangue migrando di tessuto in tessuto, fermandosi, bloccandosi e, quando va male, ostacolando la corretta funzionalità degli organi. Togliendo la vena, appunto, tragica ci si può accontentare di sapere che il tatuaggio, essendo un’aggiunta non prevista dal corpo, può portare gravi complicazioni solo in casi estremi. Oltre alla pulizia dell’ambiente e alla sterilizzazione degli strumenti, un fattore importante è la qualità e composizione degli inchiostri utilizzati. Sono ben nove gli inchiostri dichiarati nocivi fra il 21 e il 25 marzo, per i quali il Ministero della Salute ha disposto il richiamo e il divieto di vendita. Al loro interno sono state ritracciate sostanze cancerogene, tra le quali alcune organiche, come le ammine aromatiche. Per il resto si trattava di metalli, cromo e nichel, presenti in percentuali oltre i limiti consentiti. Riguardo gli inchiostri per tatuaggi i problemi sembrano essere fondamentalmente due: il mercato nero della rete dove si smercia di tutto senza controlli e il fatto che non esista una specifica legislazione riguardo gli ingredienti che li compongono. Si usa come riferimento quella sui cosmetici. Ma i cosmetici non sono invasivi, non vengono iniettati. Non rimane che trovare uno studio certificato che rispetti le norme igieniche e di qualità dei prodotti. C’è l’imbarazzo della scelta. A fine 2017, infatti, il Registro Imprese della Camera di Commercio registrava 4 mila studi piercing e tattoo contro i 2700 del 2012. La concentrazione maggiore era nelle grandi città con la classifica che vedeva al primo posto Roma con 306 studi, seguita da Milano e i suoi 272 e Torino con 216. Per quanto riguarda le regioni dominava la Lombardia con 902 aziende, secondo il Lazio (440), poi l’Emilia Romagna (373). Si registrava inoltre una rincorsa delle regioni del Centro-Sud su quelle del Nord e la metà delle 4.000 aziende era gestita da under 35. Ma il successo del settore sembra destinato a diminuire gradualmente. Almeno stando a quanto dice il Guardian. Secondo le fonti londinesi i tatuaggi stanno passando di moda e le prove sarebbero rintracciabili proprio sulla pelle: la maggior parte dei tatuaggi eseguiti recentemente sono classificabili come di tendenza, ovvero senza riferimenti personali. Ci si tatua ciò che va di moda in quel momento e non qualcosa che richiama gli accadimenti della vita del soggetto tatuato. Molti addirittura non conoscono neppure il vero significato di ciò che portano impresso sul corpo. Quindi se il tatuaggio è diventato ormai una semplice moda, dovrebbe passare in fretta come tutte le mode. Aspettando gli sviluppi ricordiamo che in Italia i tatuaggi sono entrati nel paniere dell’Istat come beni di consumo nel 2016. 

Rosmeri Marcato