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Siamo tutti coinvolti!

53a giornata mondiale per le comunicazioni sociali

Perchè, nell’era della rete, la comunicazione riguarda tutti noi

L’era delle Rete ci dice che il mondo della comunicazione non è più, se mai lo è stato, un mondo a parte, fatto di professionisti, giornalisti, mediatori. È il nostro mondo. È il mondo degli uomini. Se saranno i miliardi di fruitori della Rete a esigere per se stessi e per tutti un futuro caratterizzato dalla condivisione della regola di base che tutti ci unisce, allora la Rete saprà farci riscoprire come membra gli uni degli altri. Altrimenti, pensando di ritrovarci fra uguali, più uguali di altri, finiremo con il perderci. 

Una Rete per unire, non dividere. A volte c’è bisogno che qualcuno ce le indichi, le cose, per vederle. Anche quando sono sotto i nostri occhi. Anche quando ci siamo dentro. Perché a volte il nostro sguardo è corto, non riesce ad alzarsi. In fondo è questo ciò che ci trasmette papa Francesco con il suo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale per le comunicazioni sociali. Con una pazienza che sfida il paradigma contemporaneo dell’impazienza, Francesco ci riporta all’inizio di una storia personale, la nostra; e all’inizio di una storia comune, quella delle comunicazioni sociali nell’era della Rete; per evitare il rischio che entrambe si perdano, e vadano in frantumi. “Siamo membra gli uni degli altri” non è un modo di dire. È la verità di quello che siamo anche se troppo spesso lo rinneghiamo. Questa è poi la costante tentazione dell’uomo, spezzare ciò che ci fa allo stesso tempo unici e parte di un tutto, illuderci di poter separare il nostro destino da quello degli altri; e anche il proprio intelletto dalla propria anima. Davvero la divisione è il paradosso del nostro tempo. Così connesso e denso di solitudini. Fondato sulla comunicazione e vittima dell’incomunicabilità.

Questa è la nostra frontiera, di cristiani, di comunicatori. Questa la nostra responsabilità. La nostra missione. Un giorno, i nostri figli, i nostri nipoti, potrebbero chiederci «ma voi dove eravate?». Se non vediamo dove siamo, rischiamo di essere ciechi guidati da altri ciechi, che anziché costruirlo – il futuro – lo minano. Di fronte a chi semina divisione, di fronte a chi ritiene che si combatta la inciviltà diventando incivili, l’unica risposta possibile è quella che ci fa ripartire dall’inizio.

Siamo membra gli uni degli altri. La Rete è nata per unire, non dividere. Per condividere il bene, il bello, la conoscenza, non il male, il brutto, la falsa conoscenza. 

Sta a noi restituire alla Rete il suo significato più bello, e più legato alla natura dell’uomo: la bellezza dell’incontro, del dialogo, della conoscenza, della relazione, della condivisione. Questa è l’anima del Messaggio del Papa. Una chiamata alla responsabilità sul futuro della Rete, il nostro nuovo mondo digitale. Che da un lato distrugge ogni alibi (non sapevo, non ricordavo) dall’altro costruisce alibi perfetti, spaccia l’autentica menzogna per obiettiva verità, insegue fantasmi che costruisce instancabile. Che da un lato riscatta le periferie dalla loro marginalità (nella Rete non c’è centro e non c’è periferia; ogni nodo è il centro); dall’altro rischia di ridurre tutto ad un “non luogo” dove lo spazio, e il tempo, sono annullati; dove la parola è disincarnata, volubile, inconsapevole; e le relazioni sono fragili; la democrazia vulnerabile; la radicalizzazione violenta una tentazione facile, nutrita da identità fondate sulla negazione dell’altro, sulla gogna astiosa.

Solo in un dialogo non sradicato si afferma la verità. Non per imposizione. Ma per riconoscimento del fatto che essa non è una convinzione. Solo la menzogna teme il dialogo, e dunque lo impedisce, divide. Il dialogo non può essere mai relativismo, ma logos da condividere, ragione per servire nell’amore e costruire insieme una realtà liberatrice. In questa dinamica, il dialogo svela la verità e la verità si nutre del dialogo. Papa Francesco ci invita dunque a domandarci costantemente cosa mettiamo in rete, cosa mettiamo in circolo; ci spinge a interrogarci: la nostra comunicazione semina un futuro felice di comunione o un futuro tragico di scontri e contrasti tra figli di Dio? Davvero, i mezzi di comunicazione ci sfidano, ogni giorno, alla scelta (binaria anche essa) tra il bene e il male. Sta a ognuno di noi, come singoli, e come gruppi, scegliere. Ogni volta verso dove tendere. Sta a ognuno di noi esercitare nel giornalismo come in tutto ciò che condividiamo sui social, l’arte di vedere prima di raccontare. Di comprendere prima di riassumere. Questo è il nostro compito. Lasciarsi sorprendere è esattamente il contrario di pensare di sapere già tutto, di etichettare tutto. Essere influencer nel XXI secolo – ha sottolineato il Papa – significa essere custodi delle radici, custodi di tutto ciò che impedisce alla nostra vita di divenire gassosa ed evaporare nel nulla. Custodi di tutto ciò che ci permette di diventare davvero parte gli uni degli altri. E di ricondurre tutto a unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite.

Incontrarsi, parlarsi, guardarsi negli occhi è fondamentale per riscoprire la bellezza di essere una cosa sola. In sostanza, dobbiamo prenderci sulle spalle il peso della nostra parte di responsabilità, consapevoli di quanto la Rete abbia reso visibile il nostro essere membra gli uni degli altri. Se guardiamo ai paradigmi del nostro tempo, riscoprire questa verità significa:

• reagire all’idea che tutto si possa ricondurre ad un dualismo feroce (mi piace-non piace, amico-nemico, ti scrivo-ti cancello) che riduce la vita ad un gioco;

• ricondurre alla realtà le persone intrappolate in questo circolo vizioso;

• non pensare che l’intelligenza artificiale possa sostituire la responsabilità personale;

• non sostituire con il sentimento collettivo il sentimento che nasce dall’incontro;

• superare il paradosso della incomunicabilità diffusa nella società della comunicazione, riconnettendo comunicazione e comunità;

• abbandonare un linguaggio vanitoso e irresponsabile che si esalta nel brivido della violenza, anche solo verbale, costruita in arene sempre meno virtuali, sostituendolo con linguaggio sobrio, schietto, che si compie nella capacità di farsi carico dell’altro.

L’era delle Rete ci dice che il mondo della comunicazione non è più, se mai lo è stato, un mondo a parte, fatto di professionisti, giornalisti, mediatori. È il nostro mondo. È il mondo degli uomini. Se saranno i miliardi di fruitori della Rete a esigere per se stessi e per tutti un futuro caratterizzato dalla condivisione della regola di base che tutti ci unisce, allora la Rete saprà farci riscoprire come membra gli uni degli altri. Altrimenti, pensando di ritrovarci fra uguali, più uguali di altri, finiremo con il perderci.

Paolo Ruffini