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KuToo

Tacchi a mandorla

COSTUME & SOCIETA’

In Giappone si fa notare il KuToo, contro la discriminazione sul posto di lavoro

Parlare di tacchi quando la calura estiva sembra ormai definitivamente giunta può essere considerato un gesto alla pari del lancio del guanto di sfida. Sfida alle caviglie gonfie, ai capillari messi a dura prova dal sole che picchia mentre ci si dirige verso casa con le buste della spesa, magari in un giorno di sciopero dei mezzi, o con gli stessi dimezzati dall’orario estivo, che l’effetto è lo stesso. Eppure è proprio d’estate che si nota un gran numero di tacchi medio-alti a passeggio per le vie cittadine. Ogni anno gli addetti ai lavori cercano di sottolineare in maniera convincente il fatto che gli abiti e le gonne, soprattutto lunghe, non perdono charme se indossati con i sandali bassi. Se poi si aggiunge la difficoltà che molte aziende sembrano incontrare nel realizzare scarpe con un tacco dai 7 ai 9 centimetri che risulti stabile e abbastanza comodo, la questione dovrebbe essere data per risolta. Ma c’è chi proprio non vuole saperne. C’è chi è convinto, e convinta, che il tacco alto definisca la femminilità, che le scarpe alte quel tanto che basta per non avvertire le giunture della pavimentazione involgariscano la figura e la camminata. In realtà è l’esatto contrario: sono proprio i tacchi alti a cafonizzare la postura se non si sanno portare. E di esempi se ne incontrano a fiumi ogni giorno. Il tacco alto non è prescritto dal medico, non è più dettato dalla moda, può essere sostituito in ogni occasione, può essere abbassato e risultare chic e portabile da chiunque. I trampoli li sceglie solo chi non può farne a meno per abitudine o convinzioni di stile. O almeno questo è ciò che risulta nel tempo libero. Se si vuole analizzare la questione prendendo in esame l’ambito lavorativo ci si ritrova di fronte ad un dedalo intricato di regolamenti, ribellioni, perfino scioperi e manifestazioni a tema, operazioni chirurgiche rese necessarie dall’eccessivo uso dei tacchi alti, prescrizioni mediche complete di divieto di utilizzo del tacco alto fino a data da definirsi. L’ultimo esempio arriva dal Giappone, dove una scrittrice e attrice si è scagliata contro una catena di alberghi che nell’annuncio pubblicato per la ricerca di una dipendente evidenziava una condizione di assunzione fondamentale: indossare sempre i tacchi alti durante l’orario di lavoro. Da qui la diffusione dell’annuncio corredato di post al veleno e il lancio della campagna KuToo, termine ispirato a kutsu, “scarpe”, e kutsuu, “dolore” in giapponese. Oltre alla mobilitazione sui social la scrittrice ha presentato al governo una petizione per chiedere l’introduzione di una legge che proibisca ai datori di lavoro di costringere le dipendenti a indossare i tacchi alti in quanto forma di discriminazione oltre che sintomo di evidente maschilismo. Nel documento si parla chiaramente di discriminazione di genere, facendo il confronto con la norma, recentemente approvata dall’esecutivo, che prevede che nei mesi estivi gli impiegati uomini siano esentati dal portare la cravatta. Il ministro giapponese della salute e del lavoro ha liquidato la questione dichiarando che indossare i tacchi alti “rientra nel campo di ciò che è necessario e adeguato dal punto di vista professionale”. E qui la chiusura mentale da retrogradi non c’entra. Risale al 2016 il caso più eclatante a livello mondiale che ha visto un’addetta alla reception licenziata da una società londinese perché aveva chiesto d’indossare scarpe basse ma eleganti durante l’orario di lavoro.  Più che una battaglia persa sembra una questione “a discrezione e coscienza”. 

Meglio ancora “ad intelligenza”, perché il tacco non fa certo la professionalità.

Rosmeri Marcato