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Poesia del dolore

MUSEO DIOCESANO. Straordinaria opera in argento dell’orafa Turazza

Una riproduzione della testa del “Cristo”

Veramente straordinario il dono, giunto di recente – tramite il vescovo Adriano – al Museo diocesano. Si tratta di una riproduzione in argento massiccio della testa del ‘Cristo’ trecentesco di San Domenico: il capo reclinato, gli occhi semispenti, le labbra ancora aperte nell’ultimo gemito di affidamento al Padre. L’opera è stata elaborata con passione artistica, con morbidezza di tocco e verosimilmente anche con fede, da Beatrice Turazza, maestro orafo, la quale, dopo aver riprodotto in rilievo il volto del Signore, l’ha fissato su tondo ligneo ricoperto a foglia d’oro zecchino, quasi aureola di fulgore. Nell’atto di presentarlo ufficialmente al vescovo – mediatore il vicario generale – in occasione del decennio del suo episcopato a Chioggia, la scultrice ha rivelato di essere rimasta soggiogata, quando vide per la prima volta il maestoso crocifisso nella chiesa di San Domenico; le parve anzi che il simulacro la invitasse soavemente “a fare qualcosa per Lui”, quasi a farsi araldo, riproducendo col fascino dell’arte i tratti dell’amore divino impressi su quel volto dolorante. Così, il piccolo capolavoro è scaturito dalle mani e dal cuore di Beatrice, che sa trattare con soavità di forme anche temi d’arte sacra. Per la festa dei santi Patroni, l’11 giugno scorso, il gradito omaggio è stato esposto in pianta stabile nel Museo diocesano, anche per desiderio di mons. vescovo. E brilla proprio all’inizio della sezione dedicata all’argenteria liturgica, in una teca che sintetizza il mistero cristiano. Nella medesima teca, infatti, un’icona russa mostra la Madre di Dio con il Bambino Gesù – l’incarnazione –, mentre il tondo dell’orafa Turazza, attraverso il volto del Cristo agonizzante, ricorda la passione e morte del Signore, e una statua lignea dorata, tardo-seicentesca, celebra il Cristo Redentore: la risurrezione. Nella stessa ala del Museo, tra l’altro, sono esposti altri quattro crocifissi antichi, provenienti da varie zone della diocesi: Pellestrina, Chioggia, Cavarzere, Porto Viro. Il grande crocifisso di San Domenico è, allo stato attuale, il più antico. Fu realizzato in legno di pioppo, coperto da sottilissima tela di lino, dipinta a sua volta con colori naturali. A detta di qualche critico, esso porta nei lineamenti del volto la tensione spasmodica tipica dell’arte renana, e nelle forme più essenziali del corpo la tendenza artistica della scuola strasburghese. Scolpito intorno alla metà del Trecento, probabilmente in Boemia, fu portato a Costantinopoli, da dove – dopo la caduta della stessa capitale sotto l’urto dei Turchi – arrivò a Iesi, e di lì nel 1479 sempre via acqua a Chioggia (probabilmente in seguito a naufragio). Vi accenna il versetto 20 del Salmo 77 inciso in latino nella cimasa dell’altar maggiore di San Domenico: “In mare è la tua via e i tuoi sentieri sull’immensità delle acque, ma le tue orme non si potranno conoscere”. Effettivamente sono orme misteriose, perché attraversano i meandri tortuosi della storia; ma soprattutto l’enigma del cuore umano, che sa amare perdutamente e odiare con tenacia.

 G. Marangon