//Gino Bartali: l’atleta di Dio
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Gino Bartali: l’atleta di Dio

Parrocchia di San Giovanni Battista

Nell’ambito della festa di San Giovanni Battista, svoltasi quest’anno dal 19 al 24 giugno, è stata proposta la mostra “Un diavolo di campione, un angelo di uomo. L’avventura umana di Gino Bartali”. La mostra, introdotta da una tavola rotonda e realizzata dalla Polisportiva Gagliarda di San Benedetto del Tronto (AP), racconta le avventure e la vita di questo “Uomo Vivo” mettendo in risalto i suoi valori fondamentali, come egli li indicò: “Dio, amici e famiglia: i cardini della mia vita”. Gino Bartali è uno dei maggiori campioni dello sport italiano e mondiale: un’autentica leggenda del ciclismo di tutti i tempi. Professionista dal 1934 al 1954, vinse 3 Giri d’Italia e 2 Tour de France, oltre a numerose altre corse tra gli anni ‘30 e ’50. Ma colpiscono soprattutto il suo spessore umano, la generosità, la lealtà, il coraggio, l’umiltà: doti per cui può essere a ragione considerato modello positivo per i giovani del nostro tempo e non solo. Papa Giovanni Paolo II lo definì “l’atleta di Dio”. Bartali partecipò alla Seconda guerra mondiale in un modo tutto suo. Mentre le milizie nemiche si affrontavano causando migliaia di morti, lui, approfittando della sua popolarità, salvava la vita di centinaia di ebrei destinati ai campi di concentramento. Trasportava da Firenze ad Assisi, nascosti nella canna della bicicletta, documenti falsi per loro. Nel 2013 è stato per questo dichiarato “Giusto tra le nazioni”. Da ricordare anche il fatto che la sua vittoria al Tour de France del 1948 contribuì ad allentare il clima di tensione sociale in Italia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Soprannominato Ginettaccio, fu grande avversario di Fausto Coppi. La loro leggendaria rivalità divise l’Italia nell’immediato dopoguerra. Ma i due erano legati da uno strano rapporto: guerra in gara, amici fuori gara. Negli anni ’40 e ’50, nel contesto storico di una nazione appena uscita dalla guerra, Bartali e Coppi hanno idealmente incarnato la speranza di una vita migliore, più serena. Gino attingeva energia e vitalità da Dio e dalla “leggera spinta” della fede. Grazie al suo “sì” quotidiano a Cristo ebbe il coraggio di rischiare molte volte la vita per fare il bene, ma mai si vantò delle sue imprese, evitando di raccontarle anche dopo la guerra. Guardando gli straordinari 86 anni da lui vissuti, vengono alla mente le parole di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho mantenuto la fede.” La RAI ha prodotto un film su di lui, interpretato da Pierfrancesco Favino, in cui il nome “Gino” è gridato dall’inizio alla fine, come si grida un’invocazione, perché lui era un amico, una roccia cui aggrapparsi. E non si può non ricordare che nella prima prova dell’esame di maturità di quest’anno, quella di italiano, una delle tracce era imperniata proprio sulla figura di Bartali. Alla luce della moderna scienza medica, Gino Bartali è stato atleticamente un mistero. Umanamente si può dire che sia stato un’autentica grazia di Dio per tutti. Un esempio da seguire e da imitare!

Daniela Penzo