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Governo e Paese

di Vincenzo Tosello

Mentre scriviamo non ci è dato conoscere la decisione di Mattarella dopo il suo secondo giro di consultazioni, ma le previsioni (tra alti e bassi) erano per un Conte bis. E, d’altra parte, il Paese sembra attendersi (ed averne bisogno) un nuovo governo piuttosto che nuove elezioni. L’“avvocato degli italiani”, ricevendo l’incarico (magari “con riserva”), assumerebbe un ruolo ben diverso da quello rivestito nel 2018 come spettatore-esecutore di un contratto. Assodato che il Parlamento è sovrano e quindi può procedere a nuove alleanze governative, e constatato l’errore madornale di Salvini che s’illudeva di assumere “pieni poteri” dimenticando che non spettava a lui sciogliere le Camere e che deputati e senatori tendenzialmente preferiscono prolungare il più possibile il loro incarico, qualche altra riflessione comunque s’impone. Se il buon giorno si vede dal mattino, è prevedibile che anche il governo giallo-rosso dovrà affrontare nel suo eventuale itinerario (breve o lungo che sia) numerose contraddizioni e non pochi conflitti interni, con la variante che stavolta l’opposizione sarà finalmente “esterna”, e piuttosto dura, da parte della Lega. In ogni caso non può non sorprendere la estrema duttilità dei pentastellati – per i quali evidentemente destra o sinistra “pari sono” – e di converso la palese inversione ad U del Pd (segnatamente dell’ex-premier Renzi) che, dopo il primo rifiuto ad un’intesa nel 2018 e gli strali lanciati senza sosta contro il Movimento, ora ci ripensa, tanto che i due, dopo essersele date di santa ragione, si accaserebbero insieme. Ripercorrendo l’iter dei colloqui e abboccamenti vari tra M5S e Pd di questi pochi frenetici giorni, è difficile allontanare l’impressione che si sia discusso e contrattato più sulle poltrone che sui contenuti programmatici. Ma questo discorso, evidentemente, dovrà essere portato avanti dal presidente incaricato che avrà il suo bel da fare, oltre che nel collocare le caselle secondo i divergenti “desiderata”, nel concordare un programma comune (non un “contratto”, s’intende!) che possa far bene veramente al Paese. Non meno sorprendente, se l’incarico è per Conte, il ruolo che costui – gradito a molti in Italia e fuori per la sua immagine bene spesa e alla fine anche ben recuperata a livello nazionale e internazionale – dovrà giocare nel modificare o addirittura nel contraddire non pochi orientamenti e provvedimenti proclamati e varati nel gabinetto precedente. Bene, certo, dare un governo al Paese – e auspichiamo tutti un “buon governo” -, ma resta un dubbio sulla conformità di questa legale alleanza “giallo-rossa” con il Paese reale – che negli ultimi 14 mesi si è espresso in tutti gli appuntamenti elettorali a favore del centro-destra. Il timore più evidente – tra parlamentari, partiti che tentano l’accordo e lo stesso presidente della Repubblica, peraltro gestore sempre equilibrato – era quello di consegnare l’Italia, con le elezioni subito, ad un “plenipotenziario” sovranista inviso all’Europa. E’ anche vero che le avventate mosse di Salvini sembrano ora ridimensionarlo nell’opinione pubblica; ma debbono sapere bene i prossimi governanti – se un governo giallo-rosso o rosso-giallo si riuscirà ad allestire – che saranno attesi al varco, prima o poi, di un inevitabile appuntamento elettorale. E allora, se non avranno agito bene (ad es. su tasse, sviluppo, migranti, autonomia regionale cosa decideranno?…), Salvini si rifarà con gli interessi. 

V.  T.