//La latitanza del Parlamento
Suicidio-assistito

La latitanza del Parlamento

POLITICA ED ETICA. Suicidio assistito

La mancata assunzione di responsabilità delle Camere

Secondo numerosi analisti lo sviluppo di fenomeni pericolosi per la democrazia come il populismo prende le mosse da una diffusa percezione dell’inutilità della politica. Se la politica non serve a niente, come recitava provocatoriamente il titolo di un libro uscito alcuni anni fa, allora è facile pensare che se ne possa fare a meno. La stessa democrazia rappresentativa finisce per apparire un rito vuoto, il Parlamento una sovrastruttura che esiste solo per garantire uno scranno agli eletti. Non è così, ce lo ha insegnato a caro prezzo la storia e ce lo dimostra anche oggi la capacità di reazione che i Parlamenti, non solo in in Italia, hanno messo in campo per arginare derive politicamente rischiose. Ma questa onsapevolezza rende ancora più amara la constatazione che, nella delicatissima questione del suicidio assistito, la politica abbia rinunciato a svolgere la propria funzione, il Parlamento abbia abdicato al proprio ruolo di sede in cui i rappresentanti dei cittadini legiferano per il bene comune. Una mancata assunzione di responsabilità tanto più sconcertante laddove si consideri che la Corte costituzionale aveva dato un vero e proprio ultimatum alle Camere, rinviando di quasi un anno la sentenza sulla normativa attuale per lasciare il tempo di intervenire sulla materia a livello legislativo. Questo intervento non c’è stato, deputati e senatori – e con loro i partiti attraverso cui si svolge la politica democratica – hanno preferito non esporsi, è come se si fossero nascosti dietro i giudici della Consulta. Il gioco degli opportunismi elettorali è stato paralizzante. Ma forse alla radice di questa impasse c’è qualcosa di più profondo, una sorta di bipolarismo etico che impedisce di considerare il valore della persona umana – e quindi la sua tutela – nella sua unitarietà sostanziale. Come se fosse possibile contrapporre l’umanità dolente in un letto d’ospedale a quella in balia delle onde del Mediterraneo.

Adesso la parola torna al Parlamento. Fuori tempo massimo, si dirà. Purtroppo in un certo senso è così. Tornare indietro non è possibile. Ma è invece possibile e doveroso legiferare per valorizzare al massimo, anche nei confini tracciati dalla Corte costituzionale, tutto ciò che va nella direzione della tutela della vita umana, a cominciare dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Questo “indispensabile intervento del legislatore” (così lo ha definito la Consulta) è di importanza decisiva per garantire una disciplina uniforme ed evitare interpretazioni estensive dei principi enunciati dai giudici costituzionali, da cui si aspetta comunque a breve il testo integrale della sentenza. Ma è di rilevanza cruciale anche per mandare un segnale al Paese a fronte del rischio di una “spinta culturale” negativa. Chi non segue la logica distruttiva del tanto-peggio-tanto-meglio non può non chiedere a deputati e senatori un sussulto di responsabilità. Una legge per ricordare agli italiani che i “doveri inderogabili di solidarietà” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione non sono sospesi e che la tutela della vita umana, di ogni vita umana, non è né di destra né di sinistra ma è un bene assoluto per tutti.

Stefano De Martis