//La confusione non serve
scuola

La confusione non serve

SCUOLA

Servono meno dichiarazioni e più fatti: risorse in più, certezze e coerenze

Tenere d’occhio le notizie sulla scuola è un lavoraccio: c’è sempre di tutto e di più. Nei giorni scorsi, ad esempio, via alla polemica sulle risorse. La Nadef (sarebbe la nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza) “taglia” i fondi alla scuola, ha scritto qualche giornale. Precisando che contrariamente a tutte le buone intenzioni del ministro Fioramonti – il quale ancora prima di essere nominato aveva già annunciato le proprie dimissioni se non fossero arrivate risorse sostanziose al mondo scolastico – la manovra 2020 potrebbe addirittura riservare un taglio dei fondi all’istruzione, riservando una quota del Pil del 3,4% piuttosto del 3,5% previsto in aprile. Allarme immediato: facendo due conti il mondo scolastico di troverebbe con 1,8 miliardi in meno già dall’anno prossimo.

Si può immaginare la tensione dalle parti di Viale Trastevere. Ma ecco che arriva subito la precisazione di un altro ministro, Gualtieri, titolare dell’Economia dal cui Ministero una nota spiega: “La notizia che la Nadef preveda un taglio delle risorse per la scuola è completamente destituita di fondamento“. Anzi: “la prossima legge di bilancio individuerà invece maggiori risorse sia per l’istruzione che per la formazione prescolare (asili nido e scuola dell’infanzia)”.

L’informazione erronea sui fondi tagliati – spiega sempre il ministero dell’Economia – sarebbe frutto “di un’errata valutazione del contenuto di una tabella della Nadef che riporta i dati delle grandi voci di spesa tendenziale, quindi, precedenti all’attuale programmazione della finanza pubblica, che risentono della dinamica demografica e che per l’istruzione sono stimate sulla base dell’elaborazione effettuata dal Miur dei dati relativi al 2016”.

Niente dimissioni per Fioramonti, dunque. Almeno per adesso e per questo motivo. Ma il ministro non può stare tranquillo lo stesso, perché c’è chi lo vorrebbe dimissionario per ben altro, addirittura per un sospetto “disprezzo” della cultura italiana: avrebbe infatti iscritto un figlio alla scuola inglese, per di più non facendogli sostenere il test di italiano.

Insomma, su Viale Trastevere soffiano venti di bufera, alimentati anche da una certa propensione del ministro Fioramonti alle dichiarazioni facili, comprese quelle recentissime sui crocifissi, ma anche – e qui internet viene in aiuto dei detrattori, che pescano in quello scatolone dove tutto rimane – altre molto più datate, vecchi post pubblicati sui social, con offese, tra gli altri, a Silvio Berlusconi, a Daniela Santanché e alle forze di polizia.

Naturalmente la “questione figlio” è quella che ha indispettito maggiormente il ministro che si è sentito in dovere di ribattere ai detrattori con un lungo post su Facebook (ormai è la lavagna pubblica), in cui si dichiara attaccato oltre il lecito e pur riconoscendo errori del passato (ad esempio quelli legati ai “toni usati nelle affermazioni rilanciate dal tritacarne mediatico, pur vecchie di anni e fatte quando ero un semplice cittadino”), difende le proprie scelte per la scuola del figlio per il quale tra l’altro invoca il rispetto della privacy.

Restiamone fuori. Però vale la pena di fare una riflessione breve breve: per la scuola servono meno dichiarazioni e più fatti. Servono le famose risorse in più, servono certezze e coerenza. E’ possibile concentrarsi su questo

Alberto Campoleoni