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Poltrone tagliate

di Vincenzo Tosello

Sorprendente, ma non troppo, la votazione plebiscitaria di martedì scorso alla Camera nell’ultimo definitivo passaggio per la riduzione del numero dei parlamentari: 553 voti a favore, solo 14 contrari e 2 astenuti! Sorprende il voto dei deputati del Pd e di Italia viva su una proposta osteggiata fino a ieri nelle tre votazioni precedenti; ma non troppo perché era il prezzo da pagare per mantenere in vita un governo necessario anche per la loro sopravvivenza in questa legislatura. Sorprende il voto dei deputati della Lega che avrebbero potuto mettersi di traverso alla maggioranza usurpatrice; ma non troppo perché essi una proposta così l’avevano sempre votata prima…: si tratta persino di coerenza! Sorprende che i parlamentari si auto-riducano; ma non troppo perché, intanto, questi sono salvi (o almeno così sperano) per altri tre anni e mezzo e soprattutto perché tutti si sentivano in dovere di rispondere – populisticamente o no – alla gente che chiede la riduzione del costo della casta. C’è chi ha definito questa legge frutto di un “populismo di governo”, altri, più prosaicamente, “scambio di poltrone”. Già perché anche se le poltrone sono ora tagliate, si è trattato appunto di uno scambio di favori tra Di Maio, Zingaretti, Renzi (che rimandano così l’appuntamento elettorale) e persino …Salvini (che così pensa invece di accelerare la possibilità di elezioni). Il plurisconfitto capo del M5S può finalmente cantare vittoria ed esibire alle sue truppe – in parlamento e fuori – un bel risultato, tondo tondo: l’obiettivo a lungo perseguito di “punire” la casta è finalmente (almeno parzialmente) raggiunto servendosi proprio dei meccanismi parlamentari tanto vituperati. Non siamo ancora alla sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta e telematica, ma è un importante segnale su quella strada, verso l’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, del movimento anti-casta per eccellenza. La riduzione del numero di parlamentari, a dire il vero, era stata tentata e proposta a più riprese – fin dagli anni ‘80 – poiché appariva a tutti eccessivo. Dunque, il provvedimento può essere condiviso – e lo è di fatto – da molti, tanto più che il numero di seggi rispetto agli elettori in Italia era tra i più alti; ora passiamo ad uno dei più bassi. Il che, comunque, non risolve di per sé il problema della governabilità e neanche quello del ridimensionamento del potere della casta. E’ lecito infatti avanzare qualche perplessità. Un numero di seggi più ridotto può, di fatto, accentuare l’alone di privilegio che circonda quei pochi “eletti”; il numero altissimo di elettori a cui dovrebbe fare riferimento e rispondere l’eletto rischia di allontanarlo ancora di più dalla gente; la scelta dei candidati, spettando ancora di più e meglio ai capi-partito senza grandi possibilità di decisione da parte dei votanti, sarà ancora più esclusiva e discrezionale anziché più “popolare”. Il compromesso accettato dal Pd prevede modifiche alla legge elettorale, sempre in funzione della governabilità… Ma è a tutti chiaro che ogni legge elettorale viene confezionata su misura di chi la elabora e contro coloro che si vorrebbe ridimensionare (salvo poi ottenere risultati opposti o inattesi!). La domanda di fondo è: questi cambiamenti costituzionali giovano o no alla vera democrazia e al bene del Paese? Si potrà rispondere evidentemente in modo differente. Ma, mentre ci rallegriamo di questo “taglio delle poltrone”, auspichiamo soprattutto che quelle che rimangono siano occupate dignitosamente. 

V.  T.