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Contro la durezza di cuore

LA VALLE DEI SETTE MORTI

Un’antica leggenda come severo monito

La “Valle dei Sette Morti” è segnata in una carta del sec. XVI – di autore ignoto – conservata nell’Archivio di Stato di Venezia e, ancora, ai giorni nostri, le carte nautiche della laguna riportano, qualche chilometro a Ovest del litorale di Pellestrina, i ruderi sommersi del “Cason dei Sete Morti” (vedi foto). Tale nome deriva da un’ancestrale leggenda, dove sono mescolati, con sapienza, sia l’aspetto religioso, sia il misero e periglioso lavoro quotidiano dei pescatori. Sempre tale racconto de “La Vale dei Sete Morti” è molto conosciuto nel territorio di Chioggia, che ne vanta la primogenitura, rispetto ad altre versioni narrate in altre zone della laguna di Venezia. La leggenda narra che sette pescatori a bordo del loro bragozzo erano andati a pescare proprio nella sera dei morti (tra l’1 e il 2 novembre), data proibita, per il rispetto dovuto alle anime annegate tra i flutti. La barca affondava la prua nell’acqua agitata della laguna ogni volta che le reti erano issate a bordo. La battuta di pesca durava da varie ore e le braccia dei pescatori cominciavano a sentire tutta la stanchezza di una giornata particolarmente pesante. Il capo barca decise allora per un’ultima calata delle reti in mare, prima del ritorno a Chioggia. Con sommo stupore da parte di tutti, sulle reti trovano impigliato il corpo di un uomo, un annegato in laguna, chissà da quanto tempo. Disteso in coperta il cadavere, vicino alla prua, diressero la barca per il rientro a Chioggia, ma furono sorpresi da una tempesta, che increspò il mare, mettendo in seria difficoltà i pescatori che, visto un casone (costruzione tipica della laguna) nelle vicinanze, decisero di raggiungere quel riparo, in attesa che il nubifragio si placasse. Arrivati nel casone, mentre si era ormai fatta notte fonda, accesero un fuoco per preparare un po’ di polenta e fu a quel punto che scorsero un bambino, che in quel casone era stato abbandonato, assieme al suo cane. Il bambino stava lì da parecchi giorni ed era affamato e infreddolito, mentre i sette pescatori ridevano e scherzavano attorno al fuoco, ignorandolo. Quando la polenta fu pronta, fu rovesciata sopra una tavola di legno e non appena si fu raffreddata, iniziarono a mangiarla. Il ragazzino, molto timidamente, provò ad avvicinarsi, chiedendone un pezzo, perché aveva molta fame. I sette pescatori però lo respinsero e si fecero burla di lui. Il bambino provò a insistere e fu allora che uno dei sette si alzò e disse: “Se vuoi un pezzo di polenta, devi prima andare a svegliare il nostro compagno che sta dormendo in barca”. Il ragazzino, assieme al suo cane, corse nella barca per svegliare l’uomo, ma dopo averlo scosso più volte, ritornò sconsolato verso i pescatori. “Non si sveglia – disse -, sta dormendo”. Ridendo a più non posso, i pescatori invitarono il bambino a tornare nella barca e dopo vari tentativi l’uomo, che era stato ripescato in mare, finalmente si alzò. “Andiamo!” disse, ed assieme al bambino si presentò davanti ai pescatori che smisero di ridere e furono colti da improvviso stupore e forte spavento. “Chi fa soffrire un innocente senza ragione – disse l’uomo, mentre qualcuno dei pescatori s’inginocchiava tremando, chiedendo pietà – e non ha compassione delle sue disgrazie, non merita pietà e misericordia”. Poi allungando il dito verso di loro, continuò: “Sia salvo il bambino perché è l’innocenza e sia salvo il cane che rappresenta la fedeltà. Voi, invece siete la personificazione dei sette peccati!”. E mentre elencava uno a uno tutti i peccati capitali (Superbia, Accidia, Lussuria, Ira, Gola, Invidia e Avarizia), i pescatori caddero a terra di schianto e morirono. L’uomo, quindi, si rituffò nella laguna, disperdendosi tra le acque. Fu così che il mattino seguente, in uno sperduto casone della laguna di Venezia, furono trovati – da una barca che passava di lì per caso – sette cadaveri, un bambino e un cane e da allora quel posto divenne per tutti la “Valle dei Sette Morti”. 

Giorgio Aldrighetti