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Partiti e popolo

di Vincenzo Tosello

Pensiamo – a parte gli ondivaghi e discutibili sondaggi – che molti cittadini siano piuttosto stanchi della conduzione politica realizzata in quest’ultimo anno e mezzo (non che il periodo precedente sia stato d’oro, beninteso…), prima con il “contratto” tra due forze contendenti (con la sola condivisione del populismo) e ora con una coalizione tra due-tre forze antinomiche (con la sola condivisione dell’aura di sinistra) già sfrangiata a pochi giorni dalla partenza. In realtà, per stare ai giorni nostri, lo spettacolo del tira e molla a cui si continua ad assistere non gioca a favore né della solidità dell’alleanza che sostiene (o, meglio, insidia) Conte, né di prospettive di serenità, se non proprio di “crescita”, del Paese, che è costretto a guardare con sempre maggiore preoccupazione al proprio futuro, proprio anche per la volubilità e indecifrabilità della direzione impressa all’azione governativa. A monte sta la volubilità delle formazioni politiche e delle loro guide, cui fa doveroso e conseguente riscontro la volubilità degli elettori. I “partiti”, che per la maggior parte non vogliono più chiamarsi così pensando di esorcizzare i fantasmi del passato, sono per lo più “personali” e il loro “capo politico” deve continuamente calibrare proposte e richieste in base alla propria consapevolezza di minore o maggiore incisività nell’elettorato (oggi si attende il test dell’Umbria!). In altre parole, il “consenso”, che era la base su cui organizzare una struttura partitica e costruire un’azione politica, è diventato l’obiettivo da perseguire in tutti i modi (forzando parole e immagini sui new media), distinguendosi il più possibile dagli avversari o dagli alleati e raccogliendo differenti istanze, reali o ipotetiche, per catturarlo. La sproporzione estrema (sull’ordine persino dell’1%) tra “iscritti” ad un partito – o a un movimento, come ama definirsi il M5S; o a una “casa”, come si autodefinisce Italia viva – ed elettori che lo votano o lo voteranno sta ad indicare in modo emblematico la disaffezione del “popolo”, o almeno dei più impegnati socio-politicamente, verso tutti gli schieramenti che pretenderebbero di rappresentarlo. In attesa di capire meglio l’evoluzione della “manovra” nelle aule parlamentari – dove si è già preannunciata battaglia non solo da parte delle opposizioni, ma significativamente proprio da parte dei membri della coalizione – già si capisce che si tratterà di aggiustamenti formali e marginali perché la sostanza non potrà discostarsi più di tanto dai vincoli imposti o inevitabili. D’altra parte, è pur vero che qualsiasi governo, in queste condizioni di sostanziale “ingovernabilità” (dovuta ad un Parlamento privo, fin dall’inizio, di una maggioranza concorde; e, parallelamente, al rapporto ineludibile quanto vitale con la UE), avrebbe le mani legate e potrebbe fare ben poco. Sorprende, comunque, che – dopo le esitazioni e gli errori sperimentati in vari ambiti dal Conte 1 – si perseveri in altre vecchie e nuove “sviste”. Tra tutte, quella che qualcuno ha chiamato la “coazione a ripetere” della sinistra (attribuendo questo generico stigma al governo attuale rispetto al precedente) che, ancora una volta, spaventa il ceto medio con tasse e balzelli (annunciati e poi magari anche ridimensionati, poco importa…) senza, ahimè, ricavarne un vero beneficio per i ceti popolari. Si ha un bel dire che “la coperta è troppo corta”, ma una maggiore oculatezza e, nel caso, anche una maggiore concordia sulle pur modeste misure da adottare forse farebbero bene sia ai partiti e ai loro capi, sia, soprattutto, al Paese e al suo popolo. 

V.  T.