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La vita è un pellegrinaggio

Santiago di Compostella

L’esperienza del cammino a piedi fino alla tomba dell’apostolo Giacomo

Il 9 ottobre 2019, alle ore 15.30 giungevo davanti alla Basilica di Santiago completando così il mio pellegrinaggio a piedi alla tomba dell’apostolo Giacomo. L’emozione era grandissima come la stanchezza. I miei due compagni di viaggio, Marco e Claudio, erano arrivati già da qualche ora. La giovane età di Marco e la preparazione fisica di Claudio, li ha facilitati grandemente rispetto al mio passo molto più lento. Dopo aver tentato di stare al loro fianco, ho dovuto cedere all’evidenza, come pure all’incapacità a portare sulle mie spalle il pesante zaino, che ho dovuto spedire con un corriere ogni giorno. Ho capito che la questione riguardava la mia persona: ero io che dovevo fare tutto il cammino fino a Santiago.

Sulla strada di Santiago in questo periodo si muovono centinaia di persone provenienti da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, dalla Germania e altri paesi. Il cammino fatto da me e dai miei amici è quello francese che è lungo circa 900 km ed è il più famoso. La nostra giornata cominciava sempre al buio, alle ore 7.30 – 8.00. Noi, dopo una preghiera insieme, si partiva. Passi diversi, stessa meta. Alla sera ci si ritrovava per la messa quotidiana del pellegrino e per la cena. Poi a dormire per recuperare le energie che sarebbero servite il giorno seguente. Una vita molto essenziale, la nostra. Ero obbligato ad andare a fondo delle ragioni che mi avevano spinto a scegliere questa strada. Il percorso è stato faticoso per le distanze, per le salite ed anche per la pioggia. Facile e bello nell’attraversare i boschi e nelle zone pianeggianti. Bellissimi gli incontri, il saluto con tutti: olà, buen camino, buenos dias risuonavano lungo tutta la strada. Nella messa della sera, si vedeva che eravamo un unico grande popolo in cammino. Scattava un riconoscimento più vero con quelle persone che con noi celebravano l’Eucaristia. Fra tutte le amicizie, mi piace ricordare un gruppo di messicani accompagnati dal loro sacerdote, P. Alejandro. L’intera giornata era per me una lunga e grande preghiera per chi mi aveva consegnato un biglietto, per chi si era raccomandato di tenerlo presente, per chi in internet mi ha fatto presente certe situazioni difficili, per tutti. Ore di cammino 5 – 6, a volte anche di più, tutte ore di preghiera. Ho raccontato d’aver scoperto che il sacerdote è uno che intercede per il proprio popolo. Non mi sono mai sentito così vicino alla mia gente come in questo tempo, in cui ho pregato tantissimo per tutti e per ognuno. Nel Signore mi erano dati ed io a Lui li affidavo insistentemente e teneramente. Prima di coricarmi, la sera, studiavo il percorso del giorno seguente per farmi un’idea delle difficoltà che avrei incontrato. 

Quali le motivazioni di questo innumerevole popolo incamminato nella campagna della Galizia per arrivare a Santiago? Un sacerdote guanelliano incontrato nella penultima tappa del percorso ci diceva che uno studio fatto sulle ragioni del pellegrinaggio affermava che il 40% sceglie il cammino per aver perso una relazione importante (separazioni, divorzi, morte di un familiare o di una persona cara), il 12% per motivi gravi di salute personale o di persone care, altri con motivazioni new age, cioè vivere immersi nella natura per un rapporto più naturale con se stessi e con la vita. Ho visto emergere la motivazione religiosa soprattutto nella messa vespertina quotidiana, condivisa con americani, tedeschi, spagnoli, italiani, coreani, francesi, brasiliani e messicani. Nel cammino conta presentare “le credenziali” nei punti stabiliti (oratori, ostelli ed altri) per confermare con il timbro il tuo passaggio nei luoghi stabiliti da secoli. Per credenziali si intende un libricino con indicazioni e spazi vuoti per i timbri da apporre.  Arrivando a Santiago veniva controllato nell’ufficio della Cattedrale, per poter ricevere in cambio l’attestato detto Compostela, che ti annovera fra le centinaia e migliaia di coloro che hanno fatto il cammino. Viene richiesto almeno il percorso degli ultimi 100 km, a piedi o in bici o a cavallo. L’arrivo a Santiago è stato molto emozionante. Arrivare nella piazza della Cattedrale e poi entrare ad abbracciare l’enorme busto di San Giacomo, ripagava delle fatiche fatte. In un attimo scompariva tutto il sacrificio del lungo cammino. Era stato cancellato per la gioia di essere arrivati al compimento dell’impresa, alla meta che sembrava tanto lontana dal giorno della partenza da Sarria. L’abbraccio a San Giacomo io l’ho sentito come il suo abbraccio a me più che il mio a lui. Era come una conferma di essere entrato nella cerchia dei suoi amici più cari. Mi veniva alla mente l’ultimo incontro della vita: vorrei proprio essere abbracciato così quando arriverò alle porte del cielo. 

Quello che ho vissuto in quei 10 giorni, credo che non lo dimenticherò mai più. Ho capito che la vita è proprio un pellegrinaggio. L’ho capito nelle gambe, nei piedi, nel respiro affannoso, nelle notti troppo brevi per riposare adeguatamente, nei rapporti essenziali con la gente, nei paesi affollati attraversati o nei verdi e silenziosi sentieri  di Galizia. 

L’ultima emozione: a Finisterre e l’oceano Atlantico. Un tempo lì finiva il mondo e forse proprio lì si raccoglieva quella conchiglia che è diventata il simbolo del pellegrinaggio. Guardare il tramonto del sole sull’oceano è stato scrivere la parola fine. Siamo immersi in un grande mistero: questa la nostra vita. 

don Lino Mazzocco