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La bellezza avvicina a Dio

Intervista al card. Parolin a Possagno

Riflessioni e suggestioni nelle parole del segretario di stato Vaticano

Ci sediamo davanti alla tomba di Antonio Canova, uno di fronte all’altro. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, mi ha concesso una breve intervista. Approfittiamo del silenzio del Tempio canoviano. Gli occhi di monsignor Parolin ancora guardano tutto attorno a questo grande Pantheon cristiano, opera di Canova. “Confesso che è la seconda volta che entro qui dentro, dell’altra volta ricordo poco, ero molto giovane, forse durante una gita parrocchiale, forse dopo essere passati alla Madonna del Covolo. Entrare qui mi ha un po’ sorpreso, poi però per celebrare è una chiesa magnifica, hai davanti tutta l’assemblea. C’è una grande vicinanza con i fedeli, hai tutta la comunità attorno a te che celebri (nella foto dopo la messa, ndr), sembra quasi una chiesa post Concilio Vaticano II, pur essendo stata costruita secoli prima”.

Sono trent’anni che il muro di Berlino è caduto, prima c’era una cortina feroce che separava non solo gli europei, ma tutti gli abitanti del pianeta. Sembravamo sempre sull’orlo della guerra finale. L’inquietudine però non è finita “Siamo – dice papa Francesco – nella Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti”. Cosa ha impedito di vivere in pace?

Credo anch’io che con la caduta del Muro erano nate molte speranze. Superati i due campi, simboleggiati dal Muro di Berlino, tutti pensavano a un’era di maggior comprensione, di pace. Invece, poi sono scoppiati i nazionalismi, le chiusure. Credo che l’uomo purtroppo, porti dentro di sé la tendenza a costruire muri. Caduto quel muro ne sono venuti altri, oggi si vogliono costruire muri ovunque. Non c’è stato, insieme alla gioia e alla soddisfazione per il risultato raggiunto, un serio impegno per fondare su nuove basi la comunità internazionale. Se non c’è da parte dell’uomo un impegno etico, le cose non vengono automaticamente, anzi ciò che avviene spontaneamente va nella direzione opposta. 

La sofferenza della Siria, dei popoli che là vivevano, porta con sé il dramma di molti cristiani, umiliati, cacciati, uccisi; il mondo sembra sottovalutare questi martiri. Cosa accadrà di loro?

In Siria non solo i cristiani hanno sofferto, è stata una guerra civile che ha sconvolto tutti con migliaia di vittime, che ha distrutto il Paese, danneggiato le relazioni di convivenza che esistevano. Il tema della ricostruzione materiale, ma soprattutto morale, della ricucitura di relazioni sociali sarà una sfida grandissima. Auspico che i cristiani siano considerati come gli altri cittadini, uguali a tutti gli altri: questa è la sola condizione che permetterà loro di sentirsi sicuri e di partecipare alla ricostruzione.

Secondo lei dove si giocherà la capacità di mediazione, di dialogo, di multilateralismo della Chiesa nei prossimi anni? In Africa? In Venezuela, in Cile, in Spagna, nel Mediterraneo?

Rimane il Medio Oriente, la zona più calda. Oltre alla Siria ci sono pure l’Iraq, il Libano, la Terra Santa, il rapporto tra Israeliani e Palestinesi: finora la diplomazia non è riuscita a fare passi avanti; i problemi, invece di risolversi, sembrano quasi diventare più seri e acuti. Davvero, se lì si riuscisse con i mezzi diplomatici, sarebbe un segnale molto positivo per l’umanità. Soprattutto in questo momento in cui sempre meno si crede nel multilateralismo, quando si preferiscono soluzioni nazionali, ognuno per sé. La soluzione verrà soltanto se ci sarà collaborazione da parte di tutti.

In Italia viene istituita una commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo. In Germania viene approvata una legge contro l’odio e le offese online. Essere cattivi sembra sia diventato di moda. Non esistono più le buone azioni? 

Il male fa più rumore del bene. Invece, il mondo va avanti perché c’è tanta bontà. In questi giorni sto meditando il libro della Sapienza. Vi si legge che è una domanda da stolti quella di chiedersi perché i nostri tempi siano peggiori del passato. Il mondo è sempre stato il campo della lotta tra il bene e il male, credo che, al contrario, ci sia tanto bene, ci sono tante persone che stanno costruendo silenziosamente una storia di bene.  

Antonio Canova, in un certo senso, è stato un uomo di pace, i suoi marmi hanno cantato la bellezza. Per la sua cultura, per la sua arte, papa Pio VII lo incaricò di riportare in Italia le opere trafugate da Napoleone. Lei quale idea ha della bellezza?

Per esperienza personale dico che è essenziale alla vita. Nel passato mi è capitato di trascorrere un periodo in una terra difficile, dominata dalla sciatteria e dal disordine, e confesso che ho sentito il bisogno di ritornare in Italia, di rivedere la bellezza dei luoghi e delle opere del mio paese. La via della bellezza, via pulchritudinis, è una delle strade che portano a Dio: la bellezza suprema. Attraverso le bellezze di questo mondo possiamo salire fino a lui. Per questo bellezza è anche bontà, perché ti avvicina a Dio e quando Dio è vicino sei pervaso dalla sua assoluta bontà, dal suo amore infinito.

Canova è partito da Possagno per approdare a Roma e in tante grandi città europee. Anche lei viene da un piccolo paese del vicentino, Schiavon, poi ha girato il mondo come diplomatico della Santa Sede. Anche oggi molti giovani partono dal loro Paese. Partire di per sé non è un male, ma come si deve vivere questa dialettica tra il locale e il globale senza smarrirsi?

Si deve vivere con spirito di apertura. So bene che molti sono costretti a partire perché non trovano qui un loro futuro, ma una volta partiti è bene aprirsi al mondo. Anzi proprio quello che abbiamo appreso da piccoli, nel piccolo mondo locale, ci può essere utile. Io ho viaggiato molto come diplomatico e sono grato alla mia terra, quello che mi ha trasmesso mi ha aiutato. Il Veneto è una terra che ricordi, che porti con te e imprime forza e speranza anche da lontano.

Mariano Montagnin