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Natale davvero

Racconto di Natale

Percorreva quel tunnel ogni mattina solo perché ne era costretto. Odiava attraversare il sottopassaggio, consapevole che senza di esso avrebbe dovuto percorrere molti chilometri in più per attraversare i binari della stazione. Lo faceva ogni giorno per recarsi al lavoro, mettendo insieme tutto il malessere che quel compito quotidiano gli comportava e il disgusto che provava ogni volta che attraversava quel varco, lungo e profondo dentro la terra. Sembrava un rito preparatorio, prima di procedere verso l’abisso di ogni giornata, affrontata senza la speranza che potesse accadere un miracolo, qualcosa che risvegliasse l’attesa di un bene a lungo cercato ma, alla fine, sfilato via fra le pieghe di un cuore rattrappito. Ogni mattina la stessa ripugnanza. Percorsi i primi metri di quel sotterraneo, lo assaliva implacabile l’acre fetore di orine e di feci. Poi ad ogni ulteriore passo, seguiva una processione di segni di ciò che stentava a chiamare vita: pezzi di stagnola bruciacchiati, giornali inceneriti in piccoli falò improvvisati e già spenti, rifiuti di pasti rubati al nulla, cartoni usati come giaciglio, siringhe usate e macchie di sangue. Tracce di una presenza disperata che, tuttavia, non aveva mai fisicamente incontrato. Ogni giorno era come ricevere un pugno violento sulla bocca dello stomaco, prima di iniziare una giornata in cui niente riusciva a fargli sollevare lo sguardo. Come se alla preghiera del mattino si sostituisse la bestemmia quotidiana di un abominio che riusciva appena a immaginare. Le prime volte lo dominava un senso di nausea e passava oltre veloce, nella speranza che quel tunnel finisse presto. Quella volta fu diverso. Il contrasto del buio del sottopassaggio strideva ancora di più con le luci di Natale che lampeggiavano fuori. Quel giorno attraversava la nebbia più fitta che mai, pitturata appena dal blu, rosso e giallo delle luci natalizie, per entrare nell’oscurità profonda di quel passaggio. Fuori tutto gridava “È Natale” ma una volta dentro restavano silenzio e abbandono. Fu percosso per l’ennesima volta da quel fetore terribile e gli fu subito chiaro che nulla dello spirito del Natale era arrivato fin laggiù, rimasto fuori quasi a vergogna di se stesso. Dopo pochi passi, ebbe giusto il tempo di abituarsi all’oscurità, poi vide un cumulo di stracci, lì dove trovava sempre le stesse tristi cose. Facendo qualche altro passo e, avvicinandosi, capì che quel mucchio di roba scura era invece un corpo raggomitolato a proteggersi dal freddo. Fu un attimo impalpabile quando, svegliato dai suoi passi rapidi per sfuggire prima possibile all’abominio, da quel cumulo scuro si alzò un volto bianco che rifletteva il riverbero della poca luce che filtrava fino a quel punto. Notò subito che era una ragazza, con il volto sporco e scavato di una magrezza innaturale e uno sguardo che nemmeno l’azzurro degli occhi riusciva ad accendere. Incrociò i suoi occhi che lo scrutarono per un secondo, come se lei lo riconoscesse, per poi spegnersi ancora un attimo dopo. Sembrò quasi che la ragazza si arrendesse e si richiudesse, tornando ad essere una cosa sola con l’oscurità di quel luogo, unita a quella desolazione, riassorbita dalla paura e dall’indifferenza che l’avevano condotta lì. Egli passò oltre, proprio come tutti gli altri giorni, ma quella volta sentì imprimersi come un marchio a fuoco d’angoscia sul cuore: gli fu chiaro che la disperazione che aveva intravisto in quegli occhi era la sua stessa disperazione. Rimase tutto il giorno con quell’immagine nella mente ma, soprattutto, con una domanda che lo percuoteva come un martello senza pietà: “Chi ci salverà?”. Perché ormai lui e quella ragazza erano diventati un solo essere, una sola pietà, una sola salvezza, semmai la si potesse trovare. Quello che voleva per sé era la stessa cosa che quella ragazza desiderava, pur inconsapevole, nell’incoscienza generata dalla droga, di questo era sicuro: essere amato fino al midollo, senza sotterfugi o finzioni, abbracciato fino a dentro le ossa, di un abbraccio che salva e ti porta via da tutto quel male, da tutto quell’oblio. Solo quando gli dissero che sarebbe potuto uscire prima dal lavoro si rese conto che era la vigilia di Natale. Quando tornò a casa quella sera esitò prima di entrare, aprì la porta e sua moglie lo sentì arrivare salutandolo da un’altra stanza. Poi lei arrivò e gli si avvicinò, come sempre, accogliendolo con un fuggevole bacio. Lui però questa volta la trattenne e, abbracciandola stretta come mai aveva fatto prima, scoppiò in un pianto senza freni. Rimase così, nascosto per la vergogna dallo sguardo di suo figlio che era venuto a vedere, piangendo sulla spalla della moglie. Lei, spaventata, gli chiese che cosa fosse successo e lui, dopo un’esitazione, le raccontò di quell’incontro, dello sguardo della ragazza e di quanto gli era accaduto. Lei non capì tutto, ma comprese che in quel momento lui aveva bisogno di lei e lo strinse ancora più forte a sé. Quando tornò al lavoro, dopo qualche giorno di festa, andò incontro al buio del sottopassaggio con passo più veloce del solito, finché non arrivò al luogo del suo incontro. Ritrovò le solite cose, segni del passaggio della ragazza, del male che continuava a farsi e di quello che certamente avevano fatto a lei. Non sentì nemmeno quasi l’odore delle orine che lo attanagliava gli altri giorni e, dirigendosi verso la fine del tunnel, si augurò di incontrarla di nuovo. Questa volta sarebbe stato pronto. “Buon Natale” le avrebbe detto, “Buon Natale, amica mia”.

Mauro Bighin