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Contro la guerra

di Vincenzo Tosello

Proprio all’indomani della Giornata mondiale della pace l’attacco mirato  del presidente americano in terra irachena ha inferto un duro colpo alla macchina militare dell’Iran uccidendo, alle porte di Bagdad, il generale Soleimani, artefice della influenza iraniana nella regione mediorientale o – secondo una prospettiva diversa della stessa realtà – “mandante di 12 mila assassinii”, com’è stato definito da un leader sunnita  iracheno. Sta di fatto che un gesto del genere, deciso imprevedibilmente da Trump, non poteva non scatenare le reazioni di Teheran: una miccia che minaccia gravemente la pace in quei territori già martoriati, ma che può mettere a repentaglio anche la rete di alleanze coinvolte, compresa la nostra nazione, presente in Iraq con un migliaio di militari nella coalizione anti-Isis e con altri 1200 uomini in Libano all’interno delle operazioni di pace dell’Onu. Nella strategia del presidente statunitense c’era e c’è evidentemente la volontà di frenare l’avanzata ideologica e militare della potenza persiana sciita, come pure quella di limitare la crescente presenza della Russia nella zona mediorientale. Si tratta cioè, ancora una volta, di misurare i muscoli con gli avversari di sempre, ma il rischio non sempre può rivelarsi calcolato, specie quando si ha a che fare con potenze nucleari o che aspirano a tale ruolo (ora l’Iran si sente con le mani libere di procedere in tal senso…). Tornano alla mente i minacciosi “venti di guerra” provenienti dalla tensione tra gli Usa e la Corea del Nord, appena sopiti ma pronti a soffiare di nuovo. Mentre, molto più vicini a noi, risuonano insistenti le armi a Tripoli, dove i tentativi di conciliazione – finora debolmente e inutilmente proposti anche dal nostro ministro degli Esteri – non sortiscono alcun risultato, che anzi lasciano spazio al coinvolgimento di altre potenze, come la Turchia e la Russia, nei vuoti lasciati dai “nostri” a sostegno di una delle parti in conflitto (quella, a dire il vero, riconosciuta dall’Onu). Ciò che in Libia, come in Medioriente, sembra prevalere è sempre e solo la logica delle armi, della rivendicazione e della vendetta facendo ricorso alla forza militare anziché alla strada della diplomazia e del dialogo. Tutto il contrario di quanto il papa, in prima persona, si sforza di proporre a gente che sembra non conoscere altra ragione. C’è chi spera che il culmine della tensione Usa-Iran con la violenta rappresaglia iraniana sugli obiettivi americani in Iraq sia preludio ad una possibile tregua. Ma ciò che preoccupa è la perdurante mentalità secondo cui a prevalere saranno le ragioni del “più forte”, illudendosi di ottenere risultati con la violenza delle armi, che invece seminano solo distruzione e morte, vicino o lontano, in una catena senza fine.

V.  T.