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Il puzzle libico

NOTA POLITICA

Due fattori per spiegare lo spiazzamento italiano

Per capire quanto la crisi libica abbia una specifica rilevanza per il nostro Paese non c’è bisogno di sofisticate analisi strategiche. E’ sufficiente guardare la carta geografica e magari rispolverare qualche elementare nozione storica. Con questa osservazione non si vuole banalizzare un problema che sta coinvolgendo direttamente o indirettamente le principali “potenze” internazionali, che presenta complesse implicazioni militari ed economiche ma anche un grave profilo umanitario che purtroppo sembra rimanere ai margini dell’interesse delle diplomazie. Si vuole invece mettere in evidenza come le difficoltà dell’Italia a dotarsi di una politica estera credibile ed efficace diventino nel caso libico una vera e propria emergenza, considerate le potenziali conseguenze di quella crisi sul nostro Paese. Difficoltà che non sono nate ieri, beninteso. Per quanto riguarda la Libia, risalgono almeno all’operazione che nel 2011 ha portato all’eliminazione di Gheddafi senza che ci fosse una prospettiva ragionevole per il dopo. Sono chiamati in causa, quindi, svariati esecutivi di centro-destra e di centro-sinistra, con alterne vicende e, peraltro, diversi livelli di responsabilità. Pur con questa premessa, sta di fatto che il governo in carica è apparso evidentemente impreparato di fronte al drammatico riacutizzarsi della crisi. Dopo l’iniziale smarrimento, adesso l’esecutivo ha compiuto alcuni passi e solo le prossime settimane diranno se le iniziative intraprese e quelle annunciate saranno in grado di marcare un significativo contributo italiano alla ricerca di una soluzione.

Sarebbe semplicistico scaricare il ritardo e l’affanno con cui ci si è mossi sulla personale inesperienza del ministro degli Esteri e in certa misura dello stesso presidente del Consiglio (che pure nella sua breve storia politica ha dato alcune delle sue prove migliori proprio nei contesti internazionali). Sono piuttosto due fattori politici a spiegare lo spiazzamento della leadership italiana. L’attuale esecutivo, infatti, si trova a operare dopo che per oltre un anno l’attenzione del governo per il Mediterraneo è stata monopolizzata da un’unica preoccupazione: chiudere i porti e respingere le imbarcazioni cariche di immigrati. Detto brutalmente, mentre in Libia Al Serraj e Haftar si facevano la guerra, noi facevamo la guerra alle Ong. La politica mediterranea italiana è stata di fatto azzerata. Il secondo fattore è strettamente imparentato con il primo. Si tratta dell’atteggiamento anti-europeo e del conseguente isolamento del nostro Paese nel contesto della UE. Il Conte 2 ha superato questo isolamento e questo è forse il risultato più importante dei suoi primi mesi di vita. Ma per oltre un anno siamo stati praticamente tagliati fuori da molti tavoli politici decisivi e recuperare non è facile né immediato, mentre si dimostra con lapalissiana evidenza che soltanto insieme all’Europa possiamo difendere efficacemente gli interessi nazionali, in barba alla propaganda sovranista. E se ci sono Paesi come la Francia che in Libia stanno giocando pesantemente una loro partita autonoma, è nel nostro interesse chiedere un di più di Europa, non illuderci di poter fare da soli.

Stefano De Martis