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La speranza vive

di Vincenzo Tosello

Siamo proprio nell’occhio del ciclone: l’Italia, secondo Paese per numero di contagiati (mentre scriviamo sono ormai 30.000) e di morti (superati ormai i 2.500) da Coronavirus. E’ come se il virus avesse preso di mira proprio il Bel Paese per dimostrare e scatenare tutta la sua brutalità. Ma il Paese resiste, deve resistere. Commovente e incoraggiante l’atteggiamento della gente che (a parte qualche inadempienza, che va contrastata) osserva scrupolosamente le indicazioni delle autorità e, d’altra parte, crea un forte spirito di comunità dalle finestre, con canti e bandiere e applausi al personale sanitario e a chi lavora per far andare avanti comunque la vita quotidiana. Ci scopriamo più uniti, più italiani, più popolo. Sentiamo anche un maggiore bisogno di unità con le altre nazioni, soprattutto con quelle europee, che stanno affrontando l’evento, divenuto ormai globale. Dopo quella primaria della salute, l’altra preoccupazione è certamente quella dell’economia, e si stanno prendendo provvedimenti per ridurre i danni ingenti ora, e per poter recuperare il più possibile appena la furia del contagio rallenterà (purtroppo non si può prevedere ancora quando). Con l’ultimo decreto “Cura Italia” il governo ha cercato di sfruttare nel miglior modo possibile tutti i 25 miliardi resi per ora disponibili, consapevole che si tratta solo di un primo passo per esigenze ancora non quantificabili. Il decreto – sottolinea Conte – è comunque una “manovra poderosa” che attiverà “flussi di denaro per 350 miliardi”. Un primo urgente soccorso alla sanità, alle famiglie, ai lavoratori: vietato licenziare nei prossimi due mesi, sostegno economico a chi ha figli piccoli a casa, a chi deve pagare dei mutui, un piccolo ristoro alle partite Iva, prestiti resi più facili per non far chiudere le attività, scadenze dilazionate per le tasse (ma con un premio a chi riuscirà a rispettarle); una forte ripresa degli investimenti pubblici e interventi più mirati per i settori nei quali la crisi è più grave. Quello che più conta, ora, però, è fermare il contagio e tutti siamo impegnati a rispettare, e a convincere a rispettare, le regole, a partire da quell’ “iorestoacasa” che è un precetto ancora per non si sa quanto. In prospettiva non si può non intuire come la vita, già così fortemente cambiata ora per tutti, non sarà più come prima almeno per un lungo tempo. Anche i rapporti tra le generazioni probabilmente cambieranno. Bambini, giovani, adulti, anziani, differentemente toccati dal contagio, dovranno reimparare a stimarsi e a collaborare reciprocamente. Il mondo sanitario, dopo una così pesante prova, oltre alla dovuta riconoscenza che gli è tributata, dovrà essere ripensato. Ma anche tutti i rapporti sociali, in un modo o nell’altro, resteranno condizionati. Attendiamo tutti con ansia la possibilità di poterci riabbracciare, e certamente avverrà; ma ne dovremo apprezzare di più il valore. Per i cristiani, in questa fase in cui la vita comunitaria è mortificata, resta sempre forte la speranza, fiamma da tenere accesa per tutti. 

 V. T.